Cultura

Come guardare un bel paio di scarpe arancioni fiammanti con gli occhi del Prof. Latouche – Tappa romana per l’araldo della “decrescita”: l’incontro-scontro con una “shopaholic al verde”

serge latoucheFinita la fase “Rebecca Blomwood”, finita però anche l’altra fase “decrescita imperante”, trovato l’equilibrio nel mercato dell’usato, nel vintage e nei campionari, l’interrogativo era sempre lo stesso: ma come si fa a coniugare un imperativo etico e giusto con un bel paio di scarpe nuove e fiammanti? Ovvero come si traduce lo slogan della “decrescita felice” in comportamenti quotidiani? Il Prof. Serge Latouche, colui che ha coniato il termine decrescita, forse riderebbe di questi interrogativi che decisamente sembrano svanire di fronte a problemi ben più seri, ma il caso ha voluto che tutto accadesse proprio nell’occasione della sua ultima visita romana e che si riproponesse ora in occasione della sua visita genovese.

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“La parola decrescita, più che un concetto, è uno slogan, che serve per segnare una rottura con la religione della crescita. Se vogliamo essere rigorosi, allora dovremmo parlare di a-crescita. Dobbiamo diventare ateisti della crescita. Penso che mai come in questo momento sia assolutamente necessario, perché già superiamo di oltre il 30 per cento la capacità di rigenerazione della biosfera” scrive Serge Latouche nel “Trattato sulla decrescita felice”.[1]  Partendo da questa premessa concettuale Latouche da oltre trenta anni indaga il modello di sviluppo della nostra società identificandone i rapporti con un destino piuttosto consolidato ma suicida, quello del legame con un’organizzazione fondata sull’accumulazione illimitata. Accumulazione che poi rivela delle sacche inimmaginabili di poverta’ nei momenti di crisi. Per questi motivi ritengo che sia necessario riflettere molto bene sia sul concetto di “decrescita” che su quello altrettanto importante di “felicità” che il prof. Latouche analizza. Non me ne voglia lui che è una persona tanto corretta ma io di avere quelle scarpe eleganti viste in una vetrina proprio in sua compagnia, mentre chiaramente il suo eloquio era concentrato su argomenti tutt’affatto diversi, ne avevo una voglia matta…

1618489_10202693203283340_1992430610_nE non mi vergogno a dirlo… sono una shopaholic, al verde e in verde, ma sempre “shopaholic felice”. Da brava frequentatrice dei mercati dell’usato, ho iniziato ad occuparmi anche del brivido del possesso a zero spese perché pensavo a come tradurre la “decrescita felice” in un comportamento quotidiano. Il soccorso l’hanno offerto le amiche, come sempre… generose donazioni arrivano costantemente e permettono di dar vita a party e the dedicati, ma tutto ciò è estemporaneo…E così, di giorno in giorno, l’analisi di siti di regali e di offerte generose ha permesso di far emergere una vera e propria mappa interessantissima… Abbondano siti di baratto, siti di regali che permettono peraltro la nascita di legami amicali. Manca una sola cosa, la consapevolezza che la decrescita può essere davvero felice anche per una “shopaholic al verde” da mercato dell’usato o da campionari. Un bell’assessorato alla decrescita felice, ecco cosa ci vorrebbe, in ogni comune. Proprio in tempi di ristrettezze bisognerebbe tener presente che una vera politica di scambio e baratto può rendere un servizio molto importante a tutta la comunità. Essa debella l’illimitatezza restituendo pillole di felicità interiore ed esteriore. Permette di far girare con facilità un libro appena letto, di regalare una giacca inutilizzata o un paio di scarpe frutto di un acquisto sbagliato, il tutto condito da un elemento sociale, quello della frequentazione tra gli esseri umani che non si deve abbandonare, mai, perché l’isolamento condanna ad un destino di servilismo e di sopraffazione. Ecco un esempio davvero “calzante” per la realizzazione di una politica di decrescita felice e soddisfacente anche per una incallita “shopaholic al verde” tanto amante di scarpe arancioni fiammanti…


[1] Latouche S., Breve trattato sulla decrescita serena, Torino, 2007,

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