Cultura

I Diari di Etty – Paola Conte

“…solo dopo molti mesi svanì in me l’abitudine di camminare con lo sguardo fisso al suolo (…) e non ha cessato di visitarmi, ad intervalli ora fitti, ora tardi, un sogno pieno di spavento”.
Chi ce l’ha fatta, si è portato dietro così la vita nei campi di sterminio e, ancora oggi, la voce di Primo Levi si incide nella nostra memoria percuotendola e restituendocela con un marchio di orrore.
Eppure. Eppure, ci fu chi, andando incontro alla propria fine, a quella dei propri cari e di una comunità intera, ci fu chi aprì il cuore a tanta sofferenza e la mutò in amore.
Nell’Europa penetrata e sconquassata dalle milizie naziste, una voce di donna si levava nel 1943, da uno dei tanti vagoni piombati carichi di anime nude. E pare di vederlo il grugno scuro del treno che fila fra i campi chiari di lupini; le centinaia di mani che cercano le fessure fra i legni e i branchi di bocche che elemosinano una bava d’aria dalla campagna. Da una di queste feritoie, vola via una cartolina: “abbiamo lasciato il campo cantando” . E’ il saluto di Etty Hillesum.
Nell’aprile del 2013 Adelphi manda alle stampe la diciottesima edizione del suo “Diario”, che nella versione integrale è giunto alla quarta ristampa. Questo libro, dopo anni in cui non si riusciva a trovare un editore (solo nel 1981 De Haan li pubblicò), è diventato a buon diritto un documento di portata umana e spirituale imprescindibile, accanto alla testimonianza di Anna Frank.
La letteratura ci ha più volte abituato all’intimità della scrittura anche di autrici capaci di un respiro universale (Virginia Woolf ne è un esempio meraviglioso), che nel genere del diario hanno trovato un naturalissimo sbocco: come se la capacità di osservare e di appuntare i piccoli fatti quotidiani e da essi ricavarne il senso profondo dell’esistenza fosse prerogativa squisitamente femminile.
Ma cosa accade quando l’ombra terribile della Storia si allunga sull’effimero? Come coniugare la fisiologica soddisfazione di bisogni elementari, prima scontati ed improvvisamente perduti con l’incalzare dell’ottusità, della violenza e del terrore?
Etty trovò la risposta e la donò al mondo.
Si siede per la prima volta ad annotare il suo taccuino il 9 marzo del 1941.
E’ una giovane brillante colta e burrascosa: nata allo scoppiare della Grande Guerra del 1914 in Olanda, si laurea prima in Giurisprudenza, poi intraprende la facoltà di Lingue Slave, ma l’irrompere del secondo conflitto mondiale stronca le sue scorribande intellettuali (legge compulsivamente Dostojevskij, adora le poesie di Rilke!) e le impongono un’altra vita. E’ da qui che iniziano le sue memorie, da questo brusco cambio di ritmo che la coglie angosciata ed insicura: “Ma mentre pedalavo per l’Apollolaan è ricominciata quella scontentezza, quel cercare irrequieto e sentire il vuoto dietro le cose, sentire che la vita non trova un suo componimento ma è un rimescolio senza costrutto”. Ed ancora: “Non siamo nient’altro che botti vuote in cui si sciacqua la storia del mondo”.
Le divagazioni di Etty sono intessute di profonda curiosità per l’essere umano e per la vita: “Molti uomini sono geroglifici per me, ma pian piano imparo a decifrarli. E’ la cosa più bella che conosca: leggere la vita degli uomini”.
In tal senso, il percorso che compie nell’arco di soli diciannove mesi, sarà una marcia trionfale verso la consapevolezza dell’innata bontà di ogni essere e dell’esistere. Etty, menando colpi al pessimismo, al panico dilagante nella sua cerchia di amici e al vittimismo, risale faticosamente la corrente della Storia che la vorrebbe sospingere verso il baratro della paura e conquista la sua zolla di terra dove a gran voce, finanche in un vagone traboccante disperazione, proclama il suo amore per l’umanità.
Il “Diario” testimonia, in corrispondenza con l’esasperarsi dei divieti per gli Ebrei e delle restrizioni inflitte sempre più sistematicamente una fiera battaglia. Etty combatte con la paura di non riconoscere più l’Uomo, con le vesciche ai piedi (la bicicletta è proibita!), con lo stupore di non poter più passeggiare per l’amata Amsterdam ed intanto affila le armi dell’ingegno: “Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente”. “Debbo anche vincere quella paura indefinita che mi porto dentro. La vita è difficile davvero, è una lotta di minuto in minuto (non esagerare, tesoro!) ma è una lotta invitante.”
A quel periodo risale l’incontro con Julius Spier, allievo di Jung, fondatore della psicochirologia e personalità dotata di un magnetismo a cui Etty cede. Ne diventa l’amante. Spier (solo S. nel diario) affianca la giovane nel suo percorso e ne arricchisce la già vivacissima intelligenza: “S. dice che l’amore per tutti gli uomini è superiore all’amore per un uomo solo: perché l’amore per il singolo è una forma di amore per sé”. Sarà una discepola così solerte Etty, che riuscirà con le proprie forze anche a superare la morte naturale di Spier e ad affrontare con un volto luminoso un destino a cui pur poteva sottrarsi, salvandosi, ma che invece scelse.
Senza spirito di martirio, senza rabbia, chiacchierando con il suo Dio interiore, Etty lascia il campo di smistamento di Westerbork e s’incammina verso Auschwitz, rifugiandosi in una forma di puro misticismo che la rese il “cuore pensante” del campo: “Quella baracca talvolta al chiaro di luna, fatta d’argento e d’eternità: come un giocattolino sfuggito alla mano distratta di Dio.”
Questo libro andrebbe letto non tanto per non dimenticare, ma per imparare qualcosa che riposa in ognuno di noi: “abbiamo così tanto da fare con noi stessi, che non dovremmo neppure arrivare al punto di odiare i nostri cosidetti nemici.”
Grazie, Etty.
​PAOLA CONTE

Etty Hillesum
Diario 1941-1943
Ed. ADELPHI

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