Blog

La foto del carabiniere : omaggio alla memoria di Salvo D’Acquisto – Paola Conte

Salvo_D'AcquistoLo sciabordio delle onde percuote l’aria. Un uomo è in piedi, spalle al mare. Il vento frusta i lembi della sua camicia. Gli occhi, grandi laghi tremolanti, cercano quelli dell’amico: li trova. Un fremito delle sopracciglia accompagna il lento alzarsi di un braccio, il pollice che tocca l’indice: come a stringere fra le dita lo stelo di un immaginario calice. Quel gesto è un saluto, un rito silenzioso ma pieno di significato consumato a distanza fra i due ragazzi: ancora un brindisi, per finta. L’ultimo, ma per davvero. Poi una smitragliata.
Così, con un atto colmo di vita si accomiatava dalla vita Salvo d’Acquisto il 23 settembre del 1943 sulla spiaggia di Palidoro di fronte a Tarquinio Boccaccini.
“E sì, perché mio padre e Salvo erano amici, ma amici sul serio..”. Claudio si accende una sigaretta ed inizia con calma a spianare le rughe della memoria, dove per moltissimi anni questa storia ha giaciuto. A scoprirla fu un bimbetto di sette anni appena, che maneggiando per pura curiosità la patente del babbo, si ritrovò fra le mani la foto di un giovanotto sconosciuto.
E quando il piccolo Claudio ne chiese ragione al papà, “…. lui sul momento non disse niente. Ma mi fece sedere al tavolo, si avvicinò il posacenere, iniziò a fumare e mi parlò come se fossimo stati due uomini!”. Solo allora Claudio scoprì che suo padre era stato preso in una retata dai tedeschi, che li avevano portati tutti sulla spiaggia e che lì, dopo essersi scavati una fossa, gli erano state legate le mani dietro alla schiena.
“Erano in ventidue, il più giovane aveva sedici anni”.
Sedici anni: la fame dei Tedeschi, che dopo l’8 settembre erano divenuti repentinamente nostri rancorosi avversari, quel giorno era feroce. Non era servito dir loro che i due soldati nazisti erano morti per un’esplosione, per un incidente. La rappresaglia fu barbarica ed implacabile. Erano andati al Castello di Torre in Pietra, avevano acciuffato gli uomini che gli erano venuti a tiro e se li erano trascinati in riva al mare, a ribadire pateticamente la loro assurda autorità.
Nel dicembre del 2013, settant’anni dopo il sacrificio di Salvo, Claudio Boccaccini mette in scena “La foto del carabiniere” testo teatrale (pubblicato da “La Mongolfiera”) di grandissimo impatto emotivo e che ha riscosso un enorme successo al teatro Cometa Off. Dopo l’entusiasmo suscitato anche alla Sala Frau di Spoleto lo scorso 25 aprile, il prossimo gennaio tornerà in scena al Teatro della Cometa. Intanto, Claudio porta nei licei, nei circoli culturali, nelle associazioni romane la sua storia. “Che nasce principalmente come un omaggio alla Memoria- spiega l’autore- al rapporto che mi legava a mio padre, che è stato poi il motore di tutta quest’operazione.”
Aveva dunque sette anni Claudio quando ascoltò per la prima volta il racconto di Tarquinio: da allora, lo risentì ancora, narrato con le medesime parole ma, crescendo, Claudio comprendeva sempre qualcosa in più.
Uomo maturo, padre a sua volta, attore ma soprattutto regista, Boccaccini scrive in venti giorni il copione, ma trascorrono tre anni prima che si decida, da interprete, a misurarsi con esso: un’ora e cinquanta di monologo.
Marco Paolini ed Ascanio Celestini sono bussola e stella polare: la struttura narrativa si snoda divertente ed aneddotica dagli anni Sessanta, ovvero l’epoca della clamorosa scoperta della foto, nel ricordo di un’Italia monicelliana ingenua e spensierata. Profumi e paesaggi compongono le immagini in cui ridiamo, a tratti nostalgicamente, di come eravamo. Poi, sotto braccio ai personaggi a cui dai subito del tu, rallenti il ritmo: ora che conosci Tarquinio, la sua leggerezza e il suo cinismo, sei pronto per sederti con Claudio a quel tavolino, ad ascoltare la storia di quel ragazzo ritratto nella foto. Sei pronto per ascoltare la storia di come Salvo morì anche per l’amico con cui fingeva di brindare.
Palidoro, 1943: sale il respiro di quei ventidue disgraziati a cui i tedeschi hanno messo in mano una pala. Stanno lì a scavare, il Tirreno che mugghia dietro le spalle.
Dimenticate la glassa da fiction, le frasi fatte, la retorica dell’eroismo compiaciuto: Salvo è un vicebrigadiere napoletano di ventitré anni in servizio presso la Stazione dei Carabinieri di Torreinpietra: qui in pochi mesi ha stretto amicizie, che, quel giorno sono minacciate dalla follia del contrappasso nazista. Salvo, senza divisa (tolta come tutti i militari per prudenza dopo l’armistizio), compie due gesti straordinari: saputa della rappresaglia, raggiunge il comando dei tedeschi presso cui si qualifica e, per soddisfare la stolida richiesta di questi ultimi di un nome su cui scaricare la responsabilità del presunto attentato, pronuncia il suo.
Il teatro restituisce il racconto chiamando gli spettatori ad un’affezione sincera e ad una partecipazione vieppiù struggente per l’intera parabola della vicenda. Claudio è solo in scena: pochi oggetti costellano lo spazio intorno. Eppure la forza evocativa del testo è tale che il monologo, vero come può essere solo un’eredità come questa che dalla memoria orale di un padre s’incarna nelle mani del figlio, in pura drammaturgia ci porta tutti su quella spiaggia a guardare, con gli occhi di Tarquinio, quel ragazzo alzare il braccio a salutar l’amico. L’ultimo gesto, poi silenzio.

1 risposta »

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...