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FRIDA E DIEGO: “LA PASSIONE NON OTTIENE MAI IL PERDONO” – PAOLA CONTE

autoritratto con corona di spineL’idillio tra Diego e Frida non esisteva più. Tornati in Messico dal lungo soggiorno negli Stati Uniti, mentre si concludeva il 1933, i coniugi Rivera presero a vivere secondo un’originalissima consuetudine: in due case, pressoché vicine e, fra di esse, un ponticello s’inarcava congiungendole. Era la loro idea di matrimonio declinata in un’architettura che non ammetteva dubbi: vite parallele, complici e solidali. Ma parallele. Il loro menage coniugale può apparire bizzarro, ma si attaglia a coloro che ne furono i tormentati protagonisti: entrambi infatti, pur prendendosi cura l’uno dell’altra, si concedevano svariate avventure e Frida, pur continuando ad amare con sincera devozione il marito, non sottilizzò nemmeno nella scelta fra uomini e donne. Questa sconsiderata libertà non era però disgiunta da un profondo reciproco rispetto, quantunque a tratti la Kahlo fosse infastidita dall’estrazione sociale a suo avviso “bassa” delle amanti poco meritevoli di Rivera: quasi un’offesa sottaciuta al paradigma incondizionato che Frida sentiva di rappresentare per lui nonostante tutto. E tutte. Ma Diego non si accontentò di esserle infedele: Diego fu sleale. Terribilmente. La sua meschinità prese corpo nel corpo di Cristina Kahlo, l’avvenente sorella di Frida precocemente abbandonata dal marito, a cui proprio non riuscì di resistere al fascino del cognato. Nel 1939, Frida e Diego divorziano e la ferita di Frida, ancora una volta come fu per l’incidente, si coagula sulla tela: benché la pittrice avesse tentato di scansare la squallida vicenda di quel sordido rimescolio di viscere che fu la relazione tra il marito adorato e la sorella, tre anni dopo danno ancora una triste testimonianza del riverberato rancore Memoria (1937) e Ricordo di una ferita aperta (1938), dove, in particolare in quest’ultimo, ostenta con fierezza il proprio dolore e scaraventa il suo cuore trafitto da una lancia (così come lo fu il suo ventre anni addietro nell’incidente) ai piedi di una “Se stessa” solidamente piantata a fronteggiare lo spettatore. Come a dire: Ecco, rimira in me cosa può essere un cuore infranto!” La separazione fu breve, ma proprio durante quell’interregno, Frida dipinse un autoritratto estremamente significativo. In Autoritratto con collana di spine e colibrì (1940) il simbolismo dell’autrice si aggroviglia ulteriormente: assistiamo cioè alla convergenza drammatica di elementi di estrazione cattolica e di derivazione nativa. In primo luogo, la vistosa corona di spine che cinge il collo della donna e che si dirama in maniera inquietante sul resto del busto è un chiaro richiamo cristologico, al martirio della passione; mentre nel mondo azteco le spine di cactus erano utilizzate per l’automortificazione corporale, secondo antichi riti divinatori. Ancora: il colibrì che, ali vanamente spiegate, pende inerte sullo sterno, è di norma segno di buon augurio: ma l’animale giace senza vita capovolgendo quindi il suo benevolo significato in chiave luttuosa. E poi, di nuovo ma con più crudele forza, ritorna lo sguardo petroso di Frida: la posizione apertamente frontale, desueta nella sua ritrattistica, impone allo spettatore un’assenza di profondità. Alle spalle della donna si affacciano due presenze ugualmente sinistre: la scimmia, intenta a manipolare minacciosamente il serto spinoso, e un gatto nero, di infausto presagio. Il quadro, in ultima analisi, ci appare come il manifesto di un fallimento, che non invoca né pietà né comprensione: solo esibisce se stesso.La passione bulimica di Diego per l’universo femminile non incontrò, nonostante i virtuosi sforzi di Frida, il perdono. Ma la passione, ai più è noto, è niente. L’amore, inteso nella sua accezione più alta ed assoluta, spinse invece Frida a stringere con Diego un nuovo e più avveduto vincolo matrimoniale, accettando quindi tutto di quell’uomo che tanto dolore seppe darle.

PAOLACONTE

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