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Pasolini: Roma e la vita – di Paola Conte

pasolini 1Della scriteriata e lucida natura umana ed intellettuale di Pier Paolo Pasolini ci narra questa meticolosa ed affascinante mostra presso il Palazzo delle Esposizioni di Roma, fino al 20 luglio e che vanta una considerevole quantità di materiali inediti. L’allestimento struttura già nel titolo, “Pasolini Roma” i due poli entro cui si snoda in sei sezioni il percorso, che prende le mosse dal 1950 al 1975. Ovvero: colui che fu profeta e “martire” di un’epoca a fronteggiare la città che egli amò e detestò e che, dal dopoguerra attraverso il boom economico, egli vide precipitare negli anni di piombo. L’espediente tecnologico di un grande schermo posto all’ingresso di ciascuna porzione temporale propone un’immagine che, di volta in volta, sintetizza in una cartolina in movimento il periodo che il visitatore, varcata quella sorta di soglia virtuale, s’appresta a conoscere. E, a dire il vero, nel primissimo ingresso si avverte proprio la vertigine di oltrepassare i confini di un mondo: come pellegrini, scivoliamo dentro l’universo pasoliniano, sorretti da una serie di didascalie che, dalle discrete superfici dei plasma, ci annunciano quel che di lì a poco vedremo ed ascolteremo. Difficile non richiamare alla memoria la discesa oltremondana di Dante e per estensione estetica, la bronzea porta di Rodin costellata di corpi contorti dalla pena delle loro debolezze. Ed il pensiero va al volto di Pier Paolo, che il tempo aveva scolpito di una rugosità lignea entro cui scorrevano rivoli di tormento e di estasi per la vita. Pasolini e Roma, dunque. Quel che precedette l’arrivo nella Capitale del poeta è squisitamente incorniciato entro un immaginario vecchio scompartimento nel cui finestrino scorrono foto di famiglia (Paolo neonato, il fratellino Guido, il padre in divisa…): l’infanzia e l’adolescenza a Casarsa, gli studi e lo sport fra le fila della gioventù fascista, gli studi e le amicizie. Quando Pasolini giunge nella Città Eterna con la madre, le loro condizioni sono così disastrose che Susanna è costretta ad impiegarsi come cameriera, non trovando il giovane Paolo un impiego come insegnante. “Erano quelli i tempi di Ladri di biclette e i letterati stavano scoprendo l’Italia”.Una cartina, (ne troveremo poi altre doverosamente aggiornate ed in rigoroso stile con la manciata di anni cui faranno riferimento), annuncia che il primo domicilio romano fu al civico 14 di Piazza Costaguti: ad un passo dal Ghetto, lontano dalle campagne friulane, dai primi guai giudiziari e da un padre da cui in sostanza fuggì, Pasolini, sebbene disoccupato, lavora alacremente ai suoi scritti pregressi, ma intanto annusa l’aria della Capitale. I primi incontri significativi sono con Alberto Moravia, Elsa Morante e Laura Betti. Con Bertolucci giungerà a condividere l’abitazione, allorché, migliorando le sue condizioni economiche, si sposterà con la madre prima a Monteverde Nuovo e poi nella parte Vecchia, in via Carini. Nelle sezioni successive la cerchia degli amici si allarga (Penna, Calvino, Guttuso, Caproni, Siciliano, Ungaretti solo per citarne alcuni): le foto narrano di volti che comunicano intimità e condivisione. Alcuni rapporti divennero per Pasolini anche sodalizi artistici, allorquando iniziò a collaborare alle sceneggiature di pellicole estremamente preziose: “La donna del fiume” di Mario Soldati (1954), le felliniane “Notti di Cabiria” (1957) e “La dolce vita” (1960) ne sono alcuni esempi. A quest’epoca risale anche l’avventurarsi di Pier Paolo al Cinema Nuovo dove rimase sconvolto dalla visione di “Roma città aperta”. Il corpo centrale dell’allestimento invece, ormai Pasolini s’inoltrava nei quarant’anni, è dedicato alle imprese cinematografiche come regista, ruolo che coprì per altro senza avere una dettagliata conoscenza delle tecniche di ripresa. Le puntuali cartine tessono così nel reticolato urbano di Roma la tela dell’immaginario del Pasolini cineasta, che s’alimentava soprattutto delle vedute scomposte e tragiche delle borgate (Pigneto, via Appia Antica, il Tevere, la via Portuense, via Tuscolana” e l’EUR): “Accattone”, “ La ricotta”, “Mamma Roma” sono girati in una successione che testimonia la convulsa attività della maturità che vira in una dimensione a tratti vulcanica. Fuori dal set, Pasolini vive pure il primo amore con Ninetto Davoli, un volto semplice e spigliato così come garbavano al regista che sempre si perse nella folla bassa delle periferie per pescare da lì i caratteri delle sue fatiche cinematografiche. Salvo poi, però, avvalersi anche di giganti supremi: dall’adorata Anna Magnani, ad Orson Welles, a Maria Callas. Corrono in parallelo alle vicende biografiche quelle giudiziarie, che un ampio pannello (La persecuzione dell’uomo diverso) sgrana in tutte le sue tappe: a partire dagli anni in Friuli (1949), quando Pasolini prese sempre più coscienza dei propri turbamenti sessuali (corruzione di minori) e decise di essere se stesso, attraverso i processi per i film, fino al 1977, quando, ormai Pasolini non c’era più da due anni, il procuratore di Milano annulla il sequestro di Salò. Tutti i processi si risolsero con l’assoluzione del poeta. pasolini 2Pasolini si stacca da Roma, penetra la Penisola da nord a sud, microfono in mano, ad indagare la sessualità, la moralità e il cambiamento in tal senso dei costumi: “Comizi d’amore” (1965) è un documentario che diede voce ai lavoratori nelle fabbriche, ai braccianti, ai militari, alle prostitute e che restituì il ritratto di una società ignorante ed impacciata. La fine della mostra s’avvicina. Lo sguardo di Pasolini si è tinto di disincanto. Il tempo della delusione e dell’inadeguatezza cala plumbeo e scivola dalla fronte corrucciata alla carta: Pasolini critica l’idiozia dell’intrattenimento televisivo, il ’68 fintamente combattuto dai “figli di papà”, il Potere. Già, il Potere che lentamente assume la fisionomia di un’entità minacciosa che protende la sua mano invisibile su un uomo che aveva capito ed osato parlare. La fine della mostra s’avvicina. Pochi, toccanti segni (oggetti personali che emanano un muto rispetto) solcano i mesi che ci separano da quello che sappiamo infine avvenne: la Olivetti con cui scriveva, il manoscritto di Petrolio, l’articolo con quell’incipit che pesa sulla coscienza di un Paese intero. “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe”. Il pezzo uscì sul Corriere della Sera nel novembre del 1974. Un anno dopo, sul Lido di Ostia venne ritrovato il corpo di Pier Paolo: a quest’ultimo alito di vita, a questa violenza che ancora oggi non trova risposta, ma solo illazioni, la mostra consacra una meravigliosa nudità e, in rispetto ad essa che tanto abbiamo apprezzato, sospendiamo anche noi la penna.

 

PAOLA CONTE

“PASOLINI ROMA” –PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI

VIA NAZIONALE 194

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