Cultura

Doppiaggio: grande maestria e poco glamour. Si svela la voce di De Niro, Stefano de Sando – Paola Conte

stefano de sando“La voce non ha bisogno di trasportare sulle ali la lingua e le labbra, quindi si spinge su nel cielo; allo stesso modo l’aquila non ha bisogno di portarsi dietro il nido, ma si solleva nel vasto firmamento”, così scrive Kahil Gibran in uno dei suoi aforismi. E’ ciò è tanto più vero quanto essa, questo solerte traghettatore dell’Io, questo quasi scontato strumento, a cui normalmente affidiamo tutto della nostra complessa interiorità, si eleva a vette inaspettate soprattutto quando essa si modula, si interiorizza e diviene Arte. Ma non è al canto che s’indirizza la nostra attenzione, che quindi vira dai baluginii del palco verso una stanza defilata, ai più sconosciuta ed ovattata: un leggio, uno schermo ed un microfono. Siamo in una sala di doppiaggio, là dove, senza trucco e senza inganno, il lavoro pretende bravura, rigore ed umiltà. Incredibile come Stefano De Sando, classe 1954, abbia conservato in questi anni, che pure sono di vastissimo successo, tutte e tre queste caratteristiche.

Consolidato attore teatrale, ma con il tarlo di un mestiere altro, lascia la compagnia di Vittorio Gassman e, alla soglia dei trent’anni, inizia un percorso come doppiatore che lo ha portato a scardinare il tandem storico “De Niro-Amendola” (che all’epoca doppiava Stallone, Hoffmann e Pacino). Siamo nel 1986. Serviva una rottura per un De Niro che, in quel ruolo, doveva distanziarsi dal divo conclamato che già il mondo adorava. L’irruzione di De Sando in Mission scosse le platee nostrane. Ma funzionò. Oggi, come afferma non senza ironia lo stesso De Sando “Sono anni che De Niro mi presta la faccia”. La sua carriera solca il firmamento hollywoodiano: Ben Kingsley, James Gandolfini, Chazz Palminteri, Martin Sheen…giusto per citarne alcuni. E poi: importanti incursioni nel mondo dell’animazione Disney, fiction e film in qualità di attore e, per completare il ritratto di un artista trasversale, compositore musicale nonché ideatore ed anima da dieci anni di un festival poetico, ‘Poesie in forma di chitarra’.

Eppure, non è glamour Stefano De Sando. Ma è lì che ti parla del suo lavoro con gli occhi guizzanti di chi l’entusiasmo se lo sente ancora avvampare dentro e il mestiere lo maneggia in punta di dita, ma con devoto rispetto e con incredibile umiltà: “Il doppiaggio è un incidente meraviglioso ed è un mestiere che amo visceralmente” confessa con commovente candore.

Rifugge l’aneddotica, ma non si può tacere di Breaking Bad, terminato di doppiare, per la quinta ed ultima stagione, lo scorso settembre: la serie televisiva americana, oltre a vincere meritatamente premi e riconoscimenti, è diventata a buon diritto un evento mediatico di portata straordinaria, tanto da suscitare la pubblica ammirazione di Sir Anthony Hopkins. Nella fattispecie, il sodalizio artistico fra De Sando ed il protagonista Walter White (uno strepitoso Bryan Cranston), se pure a distanza, si cesella in modo perfettamente armonioso: il personaggio, nello snocciolarsi delle puntate, ha un mefistofelico avvitamento su se stesso e finanche la sua voce, dagli strappi emotivi iniziali a tratti impacciati, finisce con l’impastarsi a studiate pause e ad una fermezza nei toni inaspettata ed inquietante.

La voce è uno strumento severo, che, nell’interpretazione del doppiatore, non può appoggiarsi al gesto e che perciò deve restituire le sfumature emotive del personaggio pescando interiormente e pizzicando le giuste corde.

In tal senso De Sando è senz’altro il pioniere di una scuola rivoluzionaria. Ci spiega: “In passato il cinema si dedicava più alla qualità dell’immagine, lasciando che al suono fosse restituita la battuta ‘pulita’, ma piatta. Ora, e in questo mi prendo qualche merito, la battuta si sporca e parte dal respiro.” Da lì nasce quel sentimento in cui doppiatore e personaggio ‘respirano insieme’. “E’ un lavoro faticosissimo mettersi al servizio di un collega e tirare fuori umori e anima, ma il risultato è meraviglioso”. Meraviglia in cui l’orecchio si culla, in cui l’occhio si compiace quando la voce sposa il volto a cui dà corpo e ce lo restituisce, carico di un’immediatezza che pervade i sensi, nel nostro caro, troppo stesso bistrattato idioma.

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