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Dalla parte dei doppiatori senza se e senza ma… – Paola Conte

doppiaggioDi recente la polemica che si è accesa tra il regista Gabriele Muccino ed un’intera categoria professionale, quella dei doppiatori, mortificata da dichiarazioni che ne sviliscono le qualità e le competenze, nel momento in cui lo stesso Muccino sostiene che un film non possa che essere visto in lingua originale, suggerisce alcune più ampie riflessioni su quelle che sono le caratteristiche identificative di una qualsiasi lingua nazionale.

Per noi, sembra banale a dirsi, l’italiano. E’ singolare il fatto che un prodotto di respiro evidentemente internazionale come può essere un film, veda condizionate le proprie prospettive di mercato da un segno costitutivo quale la lingua in cui si esprimono i personaggi.

Vale la pena, dunque, soffermarsi su riflessioni che recuperano gli elementi fondanti dell’espressione verbale., che non può prescindere perciò dall’espressione del Sé.

Nel nostro caro, troppo spesso bistrattato idioma, risiede il Nostro Pensiero. Così accade altrove, oltre i confini patri. Nel secolo scorso menti eccellenti, (da Chomsky a Vygotskiy), hanno avuto il loro da fare per elaborare una teoria che svelasse i segreti meccanismi che sovraintendono l’occulto lavorìo tra pensiero e linguaggio. E pur non trovando infine un approdo comune dove appaiare al sole di una lucente rivelazione le rispettive idee, si è dato per assodato che, in qualunque modo vogliate vederla, pensiero e linguaggio interagiscono fra di loro.

Se quindi è vero che il pensiero non ha stile, è pur vero che esso è l’anima nuda del nostro sentire che, per uscirsene dal guscio della nostra mente, deve indossare una veste ed essere morfologicamente fruibile. Le varie lingue rappresentano altrettanti “guardaroba” con cui il pensiero può abbigliarsi e palesarsi così in una comunità linguistica o in un’altra.

La Storia ha cementato il coincidere di un idioma rispetto ad una determinata etnia in un territorio geograficamente delimitato e, là dove ciò non è ancora accaduto, insorgono battaglie e scissioni. Insomma, la lingua è un elemento fortemente identitario di una comunità di persone che si riconoscono in una Nazione.

Ora, la medesima Storia ha realizzato nei secoli le condizioni, di carattere espansionistico, culturale ed economico, per cui sulla gran parte della superficie del pianeta l’inglese risulta essere la lingua più diffusa.

Il destino dell’Italia è stato contrassegnato, dall’immediato dopo guerra in poi, da una sorta di “sudditanza” nei confronti del baldo liberatore americano: che assieme alla libertà, distribuiva quel senso di benessere che, evolutosi morbosamente e ricalcando vieppiù modelli a stelle e strisce, si mutò in Consumismo. Un mostro che mangia se stesso all’infinito.

Per anni il motore dell’economia mondiale è stata l’America ed il motore dell’economia americana è stata la guerra. Guerra foriera di pace, ammoniscono da Washington, della pax che gli Stati Uniti esportano con disinvoltura e arroganza.

Ad oggi siamo, volenti o non, colonie dell’Impero Economico Americano. E’ un dato assodato che da due generazioni è assolutamente imprescindibile conoscere l’inglese, inserito come materia fondamentale nei nostri programmi ministeriali.

La gloria del Vecchio Continente, che fatica a darsi un’unità d’intenti e a credere ad essi, è in declino da tempo, ma il patrimonio culturale e storico che ci accompagna è talmente poderoso che la crisi economica, sembrerebbe generatasi proprio in seno alla Madrepatria d’oltreoceano, pare rinvigorire le velleità identitarie (fino ad esasperare i risultati delle ultime elezioni europee che in taluni paesi hanno premiato i movimenti meno liberali e più nazionalistici).

Come che sia, viviamo in un mondo visceralmente anglofono. Assimilata quest’informazione come lo svezzamento di fatto esterofilo che ci sdogana “cittadini del mondo”, non comprendo però come ciò presupponga la soppressione della nostra lingua nelle sale cinematografiche, esistendo del resto già alcuni circuiti che in taluni giorni proiettano le pellicole nella loro versione originale. Va da sé che ovviamente con l’espressione “lingua originale” si intenda per una trita equazione, l’inglese. Ma, per amor di coerenza, sarebbe giusto che tal concetto fosse applicato ad ogni sua variante di possibile versione originale: e quindi, anche per i film lituani, coreani, giapponesi, portoghesi…. sempre per il “gusto” di non perdere nulla della matrice partorita dalla creatività del regista e tollerando con pazienza i sottotitoli: un elemento fortemente disturbante della visione, a cui si affida una sommaria traduzione e l’ingombro di leggere mentre si ascoltano dei dialoghi senza essere (con le dovute eccezioni) madrelingua. Sarebbe meraviglioso, in tal frangente, vedere anche il film.

Va detto oltretutto che fin dagli esordi del sonoro (1927) l’industria cinematografica hollywoodiana si preoccupò di superare le barriere linguistiche proprio per non perdere le platee europee. A tal fine s’ingegnò in riprese multiple macchinosissime, in cui gli attori protagonisti dovevano leggere dai “gobbi” la pronuncia fonetica delle lingue straniere che non erano tenuti a conoscere: si immagini la resa interpretativa di un tale espediente. Poi, venne il doppiaggio e in Italia, dopo un esordio impacciato, si formò una scuola attenta e meticolosa a cui i grandi maestri del cinema nostrano si rivolsero senza indugio: da Visconti a Fellini.

A chi oggigiorno legherebbe ad un palo la nostra lingua fuori da un cinema per suggere le melodie dello slang statunitense, ricordo la divertita testimonianza di Mario Maldesi, che raccontava (ilmondodedoppiatori.it) come, facendo egli parte della giuria dei David di Donatello, fu testimone di come i signori giurati (fra cui Gian Luigi Rondi nemico accanito del doppiaggio), a cui era stato chiesto di scegliere fra l’italiano (!) e la lingua originale, aderirono unanimemente alla visioni doppiate dei film in concorso.

Ad ognuno il suo: il tedesco per la squisita peculiarità dei termini di cui si fregia è la lingua della Filosofia, fino a qualche anno fa, il francese quella della Diplomazia, l’italiano quella della Musica. L’inglese è la lingua che oggi si parla nei colloqui di lavoro, sulla rete, negli aeroporti, nelle canzoni, nelle istruzioni per l’uso; fra due stranieri che cercano in essa un approdo comune. Tutto giusto, tutto assimilato. Ma globalizzazione non deve necessariamente coincidere con prostituzione culturale e preservare un bene comune come la lingua non significa essere provinciali. Rivendichiamo nel nostro essere cittadini del mondo il diritto a restare italiani.

PAOLA CONTE

 

 

2 risposte »

  1. Un film è un opera d’arte e come tale è spesso lontana dalla realtà.
    Il doppiaggio permette quindi non solo di vedere un film straniero nella nostra lingua permettendoci una visione più serena ma migliorando talvolta l’attore originale con una voce di solito migliore. Non dimentichiamo che la gran parte degli attori italiani sono stati sempre doppiati.

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    • Assolutamente si! e la questione non riguarda soltanto il doppiaggio delle opere originali in lingua inglese ma anche quelle che usano altre lingue. Chi capirebbe e apprezzerebbe un film di Andrzej Wajda senza il contributo dei doppiatori?

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