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Il mercato degli zingari di San Giovanni, la guerra tra poveri e l’innamoramento per la cultura rom

foto(94)Scarpe, qualche abito, suppellettili, per lo più oggetti ritrovati nei cassonetti o di origine “dubbia”, è questa la mercanzia che si vende nel mercato di San Giovanni in via Carlo Felice. A venderla e a mostrarla sono gli stessi che la raccolgono. E non è una gran bella vista. I residenti hanno interessato tante volte la polizia municipale e gli organi competenti. Ogni tanto il mercato si tiene sotto la statua di San Francesco, nei confini del parco però, ogni tanto quando gli agenti sgomberano, si tiene fuori lungo via Carlo Felice. Sulla questione sono stati scritti tanti articoli, denunce di vario tipo, chi si appella al Sindaco, chi al Presidente del Municipio ma finora nulla. Il Mercato di San Giovanni sembra assumere i connotati di una questione di secondo piano. Eppure è la spia di una problematica molto più complessa che sembra non trovare mai una fine o uno sbocco serio. Quasi a dire che le istituzioni, come in altri casi, si aspettano la guerra fra poveri in modo da poter poi di nuovo ricondurre tutto alla morale e quindi al giudizio di bene e di male che in questo caso invece non dovrebbe entrare nemmeno nell’analisi del fenomeno. Non ci sono buoni e cattivi, ci sono istituzioni che non hanno lavorato bene. Associazioni che hanno avuto incarichi pagati con i soldi della comunità europea e non hanno ottenuto risultati. E punto. Ma ora i cittadini sono esasperati. E non si accontentano più delle assicurazioni sull’inclusione, che ora peraltro non vengono più nemmeno citate dalle stesse istituzioni. Quindi il problema deve trovare una sua capacità di gestione. Progetti per l’avviamento di una vera e propria filiera del riuso, non con i rovistatori di cassonetti si intende ma con persone formate, potrebbero trovare spazio. Rimettere in atto una collaborazione con le istituzioni universitarie per divulgare quello che è ancora veicolabile della cultura rom, se presente nei campi. ovvero mettere i campi rom sotto i riflettori, non in negativo come sempre capita, ma anche in positivo. Ovvero accendere finalmente le luci. Saranno in grado le istituzioni di metterli in campo? Piu che tenere un convegno in Campidoglio, sarebbe stata forse più utile per il Sindaco una giornata in un campo rom della capitale. Probabilmente così si sarebbe finalmente reso conto di come “funziona” un campo, di quali sono i compiti assegnati a ciascun componente e di come la organizzazione tribale resiste e funge ancora oggi da protezione per tutti coloro i quali li vivono. Avrebbe potuto vedere bambini costretti al lavoro ma anche il grande talento musicale che essi hanno e la grande energia che trasmettono. Se il Sindaco per un giorno si recasse a sorpresa in un campo, forse capirebbe come destinare i fondi che sinora non hanno ottenuto l’effetto sperato. E allora sull’impiego di questi benedette somme, sarà il caso di interrogarci? Chi ha fallito, via! E si dia corso al nuovo. Ma ci vuole coraggio e impegno e tanta tanta dedizione che al momento mi sembra manchi proprio a tutti, con buona pace, purtroppo per loro, dei residenti di San Giovanni che assistono impossibilitati ad agire ad un via vai di persone stanche, luride, spesso ai margini, giugendo ad invocare per loro solo la pietas umana. Vorrei che la cittadinanza romana capisse anche il grande portato della cultura rom, vorrei per i bambini rom un futuro pulito e onesto, ecco questo vorrei, e vorrei che a far accadere questo miracolo ci pensasse davvero un’istituzione illuminata, che accendesse le luci finalmente perchè al momento sulla questione è davvero calato un velo nero di tenebra.

1 risposta »

  1. Sovente mi capita di incontrare famiglie rom dentro i vagoni della metropolitana. E gli unici tratti della loro cultura che ostentano sono: la palese arroganza, la violenza repressa e un manifesto sudiciume.
    Se la loro cultura ricomprenda altro, essi lo sanno nascondere bene.

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