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Ritratti: Ennio Coltorti – Paola Conte

Coltorti_ppSuccede, di rado, ma succede, che l’interpretazione di un attore persista nella memoria anche in assenza di quest’ultimo, anche serrando le palpebre. Non si voglia con ciò denigrare il dono sublime della visione di un’opera artistica; piuttosto concedeteci di degustarlo financo per altre vie, che non nella sua immediata visione.  Se ora lasciassimo andare alla deriva la mente e ci privassimo per giuoco degli occhi, per giuoco e solo per un istante, allora sorgerebbe dal lago plumbeo dei ricordi un suono caldo, morbido eppure scuro e terribile. E la memoria, adagiata sulla sponda e ignara essa stessa di quale mirabile preda si  paleserà , tirerebbe al suo amo il suono di una voce maschile che guizza solo una potente vibrante parola con il suo ossequioso articolo: “L’orrore, l’orrore!”. Chi di noi non conserva  questo prodigioso frammento, che non ha bisogno necessariamente di esser rivisto per risorgere, ma che riecheggia nell’incavo del cranio, fra un orecchio e l’altro e resuscita, dolente funesta e tremenda, una tra le più memorabili interpretazioni della storia del cinema. E’ questa, difatti, l’ultima battuta del capolavoro di Francis Ford Coppola “Apocalypse Now Redux” (2001), il tragico affresco con cui gli Stati Uniti d’America continuano a confrontarsi e che nel maestoso profilo di Marlon Brando (alias Colonello Kurtz) trova la stimmate incarnata in un volto magnetico che emerge dalle polpe del buio abissale dell’incubo  della guerra in Vietnam e sussurra qualcosa che infine ci schianta tutti in un unico brivido “L’orrore. L’orrore!”. “E ’stato scivolare dentro un Universo” racconta Ennio Coltorti, che affida al doppiaggio di Marlon Brando l’unica interpretazione che annoveri un discorso a sé. Di tutte altre, difatti, moltissime e di primissimo ordine (Gerard Depardieu, Harvey Kaitel, Michael Caine solo per citarne alcuni), conserva un caro ricordo e l’entusiasmo che da sempre lo caratterizza.  “Ma Marlon Brando è Marlon Brando!”. Un’affermazione che non ammette repliche. Ennio Coltorti, un artista che conosce lo spettacolo in modo totale e trasversale: attore, doppiatore, regista, autore, docente di storia del teatro, nonché direttore artistico e anima coraggiosa che dal 1997 dirige il Teatro Stanze Segrete a Roma. Classe 1949, diplomato presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e laureato in Lettere presso l’università La Sapienza di Roma in Storia del Teatro e dello Spettacolo (per ulteriori info: www.enniocoltorti.it), Coltorti respinge fermamente la netta distinzione fra attoredoppiatore, fra cui sussiste di fatto una mera differenza tecnica  “Il doppiatore è un attore, che semplicemete utilizza il mezzo del doppiaggio.” Afferma: “Prima questa differenza non esisteva e si è formata solo negli ultimi trenta, quarant’anni”.  Nell’ultimo periodo, per fortuna, sta ritornando la consuetudine diffusa nel passato, per cui gli attori doppiatori sono i medesimi che recitano nelle fiction (gli sceneggiati di una volta!) e che ritroviamo anche sul grande schermo, oltre che sul palcoscenico naturalmente. “Ma quando io ho finito l’Accademia, mi sono scontrato con un mondo folle!”  E sì, perché Coltorti è stato senza dubbio un pioniere nel suo ambito.  Ci spiega: “Verso la fine degli anni ’70, se tu facevi l’attore di teatro e poi dicevi che eri anche doppiatore ti guardavano schifati! Se poi facevi teatro, non potevi certo recitare per il cinema!! “ E qui torniamo alla suddetta classificazione in due categorie separate, che poco generosamente separa due modi differenti di essere comunque interprete. “Ma io”, confessa Coltorti, “che sono sempre stato un gran Bastian contrario,  ho voluto fare tutto. Poi, anni dopo, gli stessi che mi avevano guardato con disprezzo, mi chiedevano di fare del doppiaggio,  perché nel frattempo era finita la festa nel teatro e quindi cercavano da mangiare da un’altra parte. Ma all’inizio ti scrutavano dall’alto in basso. Io invece ho cercato di capire fin da subito le differenze ed era vero che ce ne erano! Ed era vero che, avendo frequentato l’Accademia quando ancora non vi si insegnava tecniche cinematografiche, iniziando a fare cinema, non ne conoscevi i mezzi. E allora mi sono detto: ma si impara!” E basta scorrere gli innumerevoli titoli stipati nella sua biografia, per capacitarsi di quanto abbia imparato. Sulla spinosa questione invece del doppiare o meno i film,  per Coltorti si tratta come sempre “di qualità del lavoro”: partendo dal presupposto che il doppiaggio è una forma d’arte, esso, se mal utilizzato può nuocere senza dubbio all’originale.  “A volte la versione italiana tradisce troppo o, peggio ancora, è male interpretata rispetto alla versione straniera; altre volte, come  posso testimoniare, il doppiaggio migliora. E, senza fare nomi, è più difficile lavorare con un cane! Mentre, quando ho doppiato Marlon Brando per me è stata una passeggiata, perché io seguivo lui! In questi casi non fatichi, basta che ti affidi!” Chiosando, vibra d’amore, come se tutto fosse cominciato ieri: “Se il doppiaggio rimarrà una forma d’arte come è, e dovrebbe sempre essere, andrò a vedere molto volentieri i film doppiati, perché so che gli attori saranno straordinari! Se riuscissimo a capire che il doppiaggio è qualcosa di serio, magari ne faremo di meno, magari con meno gente che s’improvvisa dietro il microfono,  Magari con meno fretta nei turni, ma avremo il dovere di proseguire la nostra tradizione. E’ un mestiere che io ho amato follemente”. Facile dedurlo anche quando veste i panni dell’interprete: difficile dimenticare il suo Napoleone, o Pirandello, o Giordano Bruno, o lo strepitoso Salieri. Una galleria di volti che riverberano tutti di una potente umanità. In primavera, (dal 24 marzo al 19 aprile a Stanze Segrete) salirà nuovamente sul palco, stavolta in un testo di Maricla Boggio su Che Guevara, affiancato da Adriana Ortolani e da Emiliano Coltorti, suo figlio: anch’egli attore, anch’egli doppiatore ed innamorato del proprio mestiere. Ma questa è un’altra storia.

PAOLA CONTE

 

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