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Il Riformismo ai tempi della Leopolda

reformism.png-300x228Perchè in Italia non riesce a crescere una forza autenticamente socialista e democratica, sinceramente laica, riformista ed europeista? A porsi la domanda nella splendida cornice della Biblioteca del Senato, Luciano Pellicani, docente di sociologia poitica alla LUISS e direttore emerito di “Mondoperaio”, Gerardo Bianco, presidente del’ Associazione ex-parlamentari, Luigi Fenizi, funzionario del Senato e storico, riuniti per la presentazione dell’utimo libro di Giuseppe Averardi, senatore emerito, dal titolo “Socialdemocrazia – l’altra voce dell’Europa”. L’eredità negativa di fenomeni come la Controriforma, col suo incredibile peso di “catafalchi dogmatico-liturgici”, per dirla con Gaetano Salvemini, il servilismo verso il potere, il fascino che su larga parte del movimento operaio ha esercitato per decenni il massimalismo comunista, soprattutto togliattiano, queste le cause del fenomeno. “Piu’ in generale – ha osservato Luciano Pellicani – può dirsi che l’ipoteca massimalista sulla sinistra italiana è stata posta sin da un secolo fa, con quel rovinoso congresso socialista di Reggio Emilia (1912), quasi alla vigilia del folle tentativo di suicidio che l’ Europa avrebbe fatto con la “Grande guerra”: congresso che vide il declino dei riformisti turatiani e l’ascesa dei massimalisti, con l’ astro sorgente di Mussolini in primo piano”. “In effetti- ha aggiunto Gerardo Bianco – già dal primo e soprattutto nel secondo dopoguerra, le socialdemocrazie europee – dal laburismo britannico all’ SPD tedesca, dai socialdemocratici scandinavi agli “austromarxisti” austriaci, movimenti tutti studiati da Averardi in questo libro – hanno costruito lo Stato sociale in cui viviamo. Raccogliendo anche l’eredità di altre forze, come il governo di Bismarck in Germania, e lo stesso regime fascista in Italia, che pure s’erano poste in questa direzione. E in alcuni di questi partiti socialdemocratici come nel Labour inglese e nell’ SPD tedesca col Manifesto di Bad Godesberg, era presente anche una forte impronta etica, molto vicina a quella cristiana. In Italia, però, dopo il primo Centrosinistra degli anni ’60-’70, l’occasione d’un nuovo incontro tra riformismo socialista e cattolico è stata miseramente sprecata col fallimento dell’ Ulivo, formazione che pure aveva acceso tante speranze vent’ anni fa”. Sulle anomalie italiane –  sempre raffrontate alle grandi realizzazioni  delle socialdemocrazie del Nord Europa – s’è soffermato anche Luigi Fenizi, mettendo il dito nella piaga del postcomunismo, sostanzialmente da analizzando il periodo da Occhetto a Renzi e bollandolo come “costantemente diretto da una classe politica che è divenuta in tutta fretta “post” senza mai essere stata “ex”- comunista, senza mai aver avuto il coraggio d’avviare una Bad Godesberg italiana”. “Tutti ritardi, questi – ha concluso Giuseppe Averardi – che pesano come macigni, oggi, su una capacità della sinistra attuale di formulare un programma credibile e dettagliato per la ripresa dell’Italia, o almeno per indicarle, come avrebbe detto Silone, un’ “Uscita di sicurezza”. Ma tutta la sinistra, a guardare bene, deve fare autocritica: perchè, ad esempio, il sindacato in Italia riesce ad essere, il piu’ delle volte, solo conflittuale e corporativo, e non anche propositivo come in Germania e in Svezia? E perchè si chiude nella difesa dei soli lavoratori dipendenti, senza quasi occuparsi dei milioni, in crescita, di giovani senza lavoro? Facendomi soprattutto queste domande, per una forte ansia di verità e di giustizia, ho scritto questo libro”.

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