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Carminati, Alibrandi e i ‘sopravvissuti per caso’

E’ la generazione dei ‘sopravvissuti per caso’, per dirla con un terrorista nero, quella dei Fioravanti, della Mambro e dei Ciavardini e che ora viene di nuovo a galla con l’inchiesta ‘Mondo di mezzo’. La generazione che ha ‘fatto un macello’ e per la quale sia I camerati che le vittime sono spesso morti inutilmente ingenerando ‘falsi miti’ come quello della morte di Alessandro Alibrandi, viva in una certa retorica, ed ora invece sprofondata nel cliché’ dell’omicidio da fuoco amico per le parole di un ‘Sopravvissuto per caso’, Massimo Carminati. Uno che era a piede libero e sulle cui pendenze con la giustizia nulla o poco si e’ venuto a sapere. Uno che comandava a distanza un plotone di criminali comuni e governava appalti al comune di Roma, quasi a rappresentare il mondo di chi in fondo era ‘sopravvisuto per caso’ ma fuori dalla galera. E’ cosi dalla generazione che si e’ data all’idea e al mito si arriva al crimine spicciolo e alla vendetta. Un doppio livello oggettivo, questo, che si ricava dalle parole pronunciate da Massimo Carminati sulla morte di Alessandro Alibrandi. Dalla realizzazione dell’inchiesta di Mafia Capitale emergono non solo I tasselli di un puzzle legato a ricatti ed estorsioni ma anche ricordi e fatti salienti che coincidono proprio con date importanti nella storia dell’eversione nera. «Alibrandi lo hanno ammazzato i suoi, è morto per fuoco amico», rivela oggi Massimo Carminati. Poi fa chiarezza sulla dinamica della morte, avvenuta il 5 dicembre del 1981 a Roma nel corso di una operazione ‘tipica’ dei gruppi eversivi, ovvero quella di trovare armi. Fa luce sulla spasmodica ricerca condotta da Alibrandi del poliziotto che l’aveva picchiato ai tempi del primo arresto. “A Roma un commando di terroristi di destra ha attaccato una pattuglia della polizia stradale, dalle parti della stazione Labaro. Nel conflitto a fuoco uno degli assalitori e’ rimasto ucciso, mentre l’agente Ciro Capobianco e’ rimasto ferio”, queste le parole usate dal TG all’epoca della morte del terrorista. «I poliziotti lui li aveva addobbati tutti e due! – ha esclamato Carminati nell’intercettazione – Gli hanno sparato per sbaglio.. perchè è successo che …praticamente… lui stava… stava dalla parte della strada… e gli altri avevano attraversato… stava… c’era Lai.. stava .. stava attraversà la strada.. è passato un camion in mezzo». Una morte causata da fuoco amico, come spesso accadeva, che trascino’ in una scia di sangue l’omicidio del carabiniere Romano Radici, avvenuto il giorno seguente. D’altro canto I morti all’epoca non si contavano piu’, per vendetta o per attacco al sistema, o per tragica fatalita’.”Siamo I Nar, rivendichiamo l’attentato del carabiniere a Roma per vendicare la morte del camerata Alessandro Alibrandi”, cosi una voce anonima rivendico’ all’Ansa di Milano l’omicidio. Quella morte cosi idolatrata a destra fu la causa di un freddo omicidio il giorno seguente. Il sangue chiamo’ altro sangue investendo cosi vittime completamente innocenti. E forse la memoria di questi fatti dovrebbe riportare alla luce altri particolari. Come e’ possibile che Carminati abbia proseguito la sua vita fuori dal carcere, evitando la condanna ad esempio per altri fatti di sangue, sempre e comunque mentre sulle condanne dei ‘sopravvisuti per caso’ ci si e’ incaponiti sfidando anche le opinioni di terroristi rossi che qualcosa di quei fatti sanno? Di quali connivenze e protezioni ha goduto in questi anni? E’ questo il punto da chiarire almento per chi, accingendosi come storico al problema, rileva la sincronia perfetta delle condanne per altri terroristi neri, pensiamo alla condanna di Giusva Fioravanti e Francesca Mambro sulla cui colpevolezza molti nutrono dubbi, in primis la Br Anna Laura Braghetti, ma non per quelli collusi sia con la microcriminalita’ che con poteri piu’ elevati come Carminati. Le parole di sdegno del figlio di Romano Radici hanno sottolineato lo sgomento per il ruolo attivo assunto dall’ex Nar all’interno della politica romana in questi anni. Perche’ davvero ci si chiede se un carabiniere poteva morire per una vendetta inesistente mentre un ‘sopravvissuto’ e non per caso, poteva tranquillamente scorrazzare facendo I suoi traffici. Facce della stessa medaglia, livelli di una stessa realta’ per la quale ora l’esigenza e’ la chiarezza. Che l’inchiesta non si fermi qui e sia lo spunto per altri procedimenti collegati o meno, questo si chiede. Una volta per tutte si faccia luce sui crimini dei sopravvissuti, tutti, non solo di quelli ‘per caso’.

 

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