Cultura

IL RITO DELL’ABBANDONO IN SCENA A “STANZE SEGRETE”. LA “DIDONE” DI MANFRIDI SEDUCE E COMMUOVE – PAOLA CONTE

 

didone_marina-guadagno4Quale triste storia è la storia di ogni abbandono e il raccontarla non ne stempera l’amarezza! I gesti si ripetono nel triste rituale della narrazione e quel che resta con il ricordo è più di tutto, ma come non potrebbe essere altrimenti!,  l’offesa di chi fu lasciato. Quale umiliazione è l’umiliazione di vedere l’altro di spalle, allontanarsi verso un altrove che ha l’imprescindibile particolare di non contemplarci! Una vita, quella verso cui si precipita colui che amammo, che ci bandisce a priori e noi, umiliati da tanta indifferenza, restiamo a guardare, braccati da mille domande e forse sferrando qualche maledizione. Come perciò non vibrare d’indignazione nell’ascoltare la vicenda di una donna che, se pure regina e se pure morta, torna furente e fiera a ribadire l’ingiustizia del suo abbandono e la perentorietà del gesto estremo con cui si ribellò a quell’infame solitudine: poiché dandosi la morte si sottrasse per sempre al destino che lui, lasciandola, le aveva imposto. Accade al Teatro Stanze Segrete, dove “Didone” (pubblicato assieme ad un altro monologo “Arsa” dalla casa editrice La Mongolfiera) di Giuseppe Manfridi è in scena fino a domenica 25 gennaio. La scrittura alta, a tratti lirica dell’autore s’impasta armoniosamente con la seducente carnalità di Marina Guadagno, che dona alla protagonista tutte le sfumature di cui si anima il personaggio: dapprima il sarcasmo, poi, nella cupa rievocazione dell’incontro con Enea, la rabbia per aver ceduto ad uno “sciacallo bugiardo e maschio”, ma pure la frivolezza che la inchioda al suo essere profondamente femmina. A tanta suadente fisicità, risponde sulla scena la presenza elegantemente discreta, pervasa da un’affascinante aria mitteleuropea, quasi un Aschenbach un po’ defilato, di Fabrizio Pucci, nei panni di Ovidio: il poeta, infatti, ormai nel declino degli anni, evoca la regina di Cartagine per sondarne la sventurata sorte. Ma resta, a sua volta, avviluppato nel tessuto tragico che Didone, creatura folgorante e tragica emanata forse dall’immaginazione stessa di Ovidio, tesse incessantemente intorno a sé. Di Fabrizio Pucci è pure la regia: attenta ed accurata nella restituzione scenica, essa amalgama arditamente ma con successo il sapore antico dei caratteri classici con un’ambientazione anni Trenta-Quaranta, in cui delicate melodie fanno da contrappunto talora ironico, talora commovente al dipanarsi del racconto. Il mito, nell’incedere prezioso della scrittura di Manfridi, non resta algido paradigma a monito dello spettatore: si traduce piuttosto in empatia così profonda che, infine, pare, a chi ha prestato l’orecchio e il cuore alla scena, d’aver disceso davvero chissà mai quali zolle oscure, d’aver veduto il tormento e udito lo strazio, l’orgoglio stuprato e l’amore tradito di Didone. Ma perché il senso profondo dell’archetipo mitologico, che in questo spettacolo si compie in forma squisitamente poetica e tangibile ad un tempo, ci precipita tutti sotto uno stesso cielo e ci ricorda che il dolore, così come la passione, sono lo stigma dell’essere umano.  E lo saranno sempre.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...