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FINO A DOMENICA AL TEATRO ARGENTINA SERVILLO PORTA IN SCENA EDUARDO – PAOLA CONTE

vocidentro Un albume lattiginoso si spande sulla scena e sulle bianche tavole che, assemblate in una sovrastruttura scoscesa, sovrastano e sopravanzano il proscenio, sporgendo fin quasi sulla platea. Bianchi sono pure i pochi segni che definiscono l’interno di una cucina; un tavolo, due sedie e, sulla parete di fondo, una credenza. E’ la sobria eleganza che annuncia uno spettacolo “Le voci di dentro”, che, lo diremo subito, ci è piaciuto moltissimo ed è stato accolto calorosamente dal pubblico di un Teatro Argentina traboccante fino all’ultimo ordine di palchi.
Il binomio è succulento, De Filippo- Servillo: dove il secondo rende omaggio al primo con regia ed interpretazione magistrale e misurata ad un tempo.
Dà un diletto particolare ammirare una Compagnia sì tanto numerosa e brillante, capeggiata da un Toni Servillo in stato di grazia (come fu per la goldoniana “Trilogia della villeggiatura”), affiancato dal fratello Peppe, lisca sghimbescia forse più “eduardiana” nei tratti spigolosi ed ossuti: fra i due, fratelli anche nella commedia, si intessono sguardi e furbeschi ammiccamenti che valgono più di qualunque battuta. Ma quest’ultima, nel testo di De Filippo, datato 1948, pretende che l’attore sia lesto nei tempi e spinga nella parola l’anima tutta: quell’anima napoletana che piroetta, come Pulcinella maschera semiseria, nel teatro di Eduardo: ed è a tratti stralunata, pesta e cinica, saggia, triste e si rifugia nelle smorfie più clownesche per decifrare quel bizzarro enigma che è la vita umana.
Così, quando il nostro protagonista Alberto Saporito si avvede d’aver spedito un’intera famiglia in prigione per un curioso sogno che gli è capitato la notte innanzi e non per le fondate ragioni che si illudeva di possedere, stenta a discernere la realtà dalla sua feconda immaginazione. A rincarar la dose di confusione e turbamento, provvede la falsità della suddetta famigliola, i cui membri, maligni e sordidi, strisciando al cospetto dello smarrito Saporito s’affrettano ad incolparsi a vicenda, in un guazza di veleno e rancore in cui finiscono per annaspare tutti. Come a dire che forse, l’immaginato delitto sorto dall’incubo di un poveraccio avrebbe potuto esser effettivamente portato a termine. Almeno così si vocifera nell’allegra famigliola lestamente rimessa in liberta dalle perplesse forze dell’ordine.
Anche il fratello di Alberto, il defilato Carlo non è immune dalla truffaldina malizia di guadagnare dall’ingarbugliata situazione, speculando sul sangue del suo sangue e volendo approfittare della possibile ed imminente incarcerazione di Alberto, viene infine smascherato come il resto della sgangherata masnada che il dopoguerra ha partorito senza darle dignità. Dinanzi a tanta vergogna resta solo, e si fa quasi solido nell’ultima splendida scena, un carico silenzio.

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