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L’INCANTO DI SLAVA – PAOLA CONTE

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Il ventre del Teatro di Roma mutato in un altrove surreale e magico: le luci di mezza sala riverberano gli stucchi di riflessi bluastri e rimbalzano sulla superficie di curiose teche poste a protezione degli antichi preziosi lumi. Lo sferragliare scomposto di una locomotiva risuona dagli altoparlanti e si mescola ad una melodia da carillon, mentre il pubblico, naso all’insù, prende posto in sala. Poi, il fragore del treno sale fino a farsi quasi assordante e dalle quinte il fumo si spande impetuoso: l’attesa paralizza l’uditorio. Infine, qualcosa di giallo: il candore della nuvola partorisce una figura insaccata in una tuta color del sole. E’ Slava, il clown che fino al 1 marzo porta in scena al Teatro Argentina il suo “Slava’s Snowshow”.  Nato in Russia, Slava percorre fin da giovane la strada che lo porterà a seguire le orme di Marcel Marceau cui si ispira nel suo spettacolo, dove l’arte del mimo cesella momenti di ironia e di struggente poesia. Il linguaggio del corpo, che il luogo della parola sostituisce la battuta con il gesto, è un codice a cui il pubblico, di almeno tre generazioni, aderisce immediatamente. La tecnica affatto semplice di costruire un personaggio negandogli la voce restituisce agli astanti le buffe movenze di un clown alle prese con un mondo animato principalmente dal mistico ed irruento imperversare della Natura: la neve, innanzitutto, è l’elemento visivo più presente e che si declina ora in una romantico manto, ora in una travolgente tempesta che non risparmia la platea. E ancora: la sinuosa presenza di una muta lisca di luna, o il deflagrare inopinato di una mareggiata (che, con il suo rocambolesco veliero tanto ci ha rammentato “Il mio letto è una nave” di R. H. Stevenson, altro prestigiatore letterario dei sogni infantili che furono di tutti i bambini che un tempo siamo stati) oppure lo scroscio cristallino della pioggia. Le forze primordiali, dunque, si alternano sul palcoscenico non meno di strambi individui, anch’essi pagliacci, complici di Slava nel dar vita a situazioni intrise da una comicità che finalmente non si avvale dei  volgari luoghi comuni che s’aggrappano al turpiloquio per strappare una risata, ma piuttosto lascia riaffiorare quel sano candore di sorridere senza malizia solo perché si resta incagliati nei banali meccanismi dell’esistere.

 

Categorie:Blog, Cultura, Prima pagina

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