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UN TE’ CON VIRGINIA WOOLF – PAOLA CONTE

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Sembra che compia qualcosa d’importante. Anzi, a giudicare da come scruta china le sue mani che si muovono decise ed attente, la piccola donna, tutta intenta a sbucciare della frutta, sembra che stia compiendo quanto di più importante possa fare nel momento in cui, le luci in sala sono ancora alte, gli spettatori prendono posto nel Teatro-Salotto di Stanze Segrete, mentre lei è già in un altrove solenne. Lo spettacolo sta per avere inizio, anzi no! La preziosa concentrazione della governante seduta al suo modesto tavolino di lavoro ci suggerisce che il mistico rito della messa in scena si è già mescolato alla vita vera e, dunque, lo spettacolo ha preso anzitempo le sue mosse, stipando il frastuono della realtà oltre il botteghino, giù in strada, come una bestiolina insolente che riprenderemo a frequentare solo dopo aver visto “Mrs. Virginia Woolf e…Mrs. Dalloway”, in scena, appunto nel grazioso teatro di Trastevere fino al 22 marzo.
La drammaturgia e la regia, entrambe a firma di Riccardo Cavallo, accudiscono gli attori in un’intensa prova scenica. La trama narrativa si sviluppa dalle pagine dell’omonimo romanzo di Virginia Woolf datato 1925, sovrapponendole alla biografia della scrittrice, che proprio negli anni della stesura di una delle fatiche che la consacrarono fra i grandi intellettuali del secolo scorso, era afflitta da una feroce depressione che la relegava forzosamente in casa, vittima e carnefice della propria servitù. Dalla scoperta da parte della fedele governante (una squisita Cristina Noci) di un manoscritto recentemente partorito dalla bizzarra penna della sua signora, si srotola il drappo lussureggiante su cui passeggiano, evocati da una lettura clandestina sussurrata in cucina spalla a spalla fra le domestiche, i personaggi meravigliosi di “Mrs. Dalloway”. Di qui, come accennavamo, la resa iperbolica degli interpreti chiamati a restituire i rispettivi personaggi non già attraverso il prevedibile interloquire per battute, ma, quasi sempre, descrivendo il proprio pensiero (il famoso flusso di coscienza, ovvero la lezione freudiana che la Woolf, insieme a James Joyce, riuscì a tessere nell’anima vischiosa dei suoi capolavori). Come in un a parte, gli attori, fantasmi pirandelliani senza l’affanno ma piuttosto con l’elegante piacevolezza di mostrarsi sulla scena, raccontano il sentire e l’agire che essi stessi incarnano, quantunque lo scorrere della vicenda, e quindi anche l’avvicente lettura delle due cameriere, sia spesso interrotto dalla vita reale che incombe (la signora Woolf che chiama per un nonnulla, l’anatra che si cuoce nel forno o, come potrebbe mancare!, un tè da preparare). La Compagnia assolve con devozione all’arduo compito di farsi ambasciatrice di materia romanzesca e, nel contempo, di dare alla luce meravigliose creature da palco fluttuanti in vaporosi costumi a tinte pallide, deliziosi testimoni della curiosa giornata di Clarissa Dalloway, chiamati a dar prova della loro esistenza balzando d’un tratto dai fogli di un manoscritto come “urne sigillate galleggianti su quella che per convenienza chiameremo la realtà”, ammonisce Virginia. Siamo stati rapiti dalla bravura di tutti, ma sul grembo si è deposta come una piuma la grazia effervescente di Claudia Balboni, nel ruolo della protagonista, e invece ci ha divertito la maschia simpatia del tragico Peter, alter ego di Clarissa, interpretato dal vulcanico Martino Duane.

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