Cultura

L’estasi di Santa Teresa tra l’umano e il sacro – Paola Conte

bernini_theresa_face_frontVarcare la soglia del Palazzo della Cancelleria induce ad abbandonare il tramestio del mondo alle proprie spalle. L’incedere dello spettatore si fa più solenne, mentre lo sguardo si smarrisce nel contemplare la meraviglia architettonica del Cortile interno del Bramante. Intanto, il confuso vociare di Campo de’ Fiori si disperde nella muta solennità delle colonne. La sostanza stessa di questa mirabile dimora rinascimentale invita a spogliarsi delle trappole moderne entro cui si annaspa e a lasciarsi penetrare, non per caso, da un momento alto. Ad altezze poderose giunse infatti l’anima di S. Teresa, ma passando per viscerali sofferenze, di corpo e di spirito. Provata, ma coraggiosa e fiera, così ce la restituisce il testo di Michele Di Martino, “Un castello nel cuore. Teresa D’Avila”, per la regia di Maurizio Panici che racchiude la vicenda nel nucleo stilizzato di un fluorescente diamante (l’impianto scenico di Carlo Bernardini), la cui moderna geometria crea un piacevole contrasto estetico con le vaste mura dell’ampia sala sfarzosamente affrescata. Proprio presso il Palazzo della Cancelleria, infatti, si terranno fino al 12 aprile le successive repliche di questo evento, voluto dal Teatro di Roma e che rientra nel ciclo “TRA CIELO E TERRA. Sacro e profano nel Teatro presente”, progetto che senz’altro vivrà una stagione di interessanti appuntamenti con l’avvento del Giubileo Straordinario voluto da Papa Francesco. A vestire i panni della monaca Pamela Villoresi, brava bravissima e generosa come sempre nell’interpretare le burrasche di una mente vivida e vorace, ma pure le vertiginose estasi o la poderosa indagine morale in cui duellavano, nella schermaglia che ebbe luogo per ben vent’anni dentro la sua coscienza, raccoglimento ed affetti, preghiera ed autocompiacimenti. Infine, alla soglia del quarantesimo compleanno, giunse, dopo aver visto un’effige del Cristo sanguinante particolarmente evocativa, all’agnizione, alla smisurata comprensione di quale fosse la propria vocazione. La statura intellettuale di Teresa fu tale da procurarle la nomina di prima donna Dottore della Chiesa. L’indole a tratti indomabile le causò invece non poche sventure, nonché due processi presso la Santa Inquisizione. Non di meno ella, profondamente ispirata dall’intensa ricerca di un rapporto con Dio, riuscì nell’intento di riformare, proprio negli anni in cui s’imponeva in parte dell’ Europa il diktat luterano, l’Ordine Carmelitano, sulla scorta di una regola che alternasse lavoro e meditazione, silenzio e canti. La Villoresi si vota alla donna e alla santa che fu Teresa con un entusiasmo che seduce la platea e molto le sue doti supportano la drammaturgia nei tratti in cui il racconto si rende un po’ troppo didascalico: ovvero, quando il ricordo sospinge in un angolo l’atto scenico puro e la cronaca di ciò che fu s’impone a bella posta.
Suggestivo contrappunto narrativo sono le musiche di Luciano Vavolo, eseguite dal vivo e rigorosamente in latino da Fabrizio Checcacci e Alessia Spinelli.

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