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Almeida e il Che: l’amore ai tempi della rivoluzione – Paola Conte

Le mani a conca accolgono la folta capigliatura della testa. Il corpo è riverso su stesso: un guscio d’inutile disperazione. Così si apre e si chiude, in un ideale cerchio biografico, lo spettacolo “Aleida e il Che. L’amore al tempo della rivoluzione” di Maricla Boggio in scena al Teatro Stanze Segrete di Roma fino al 19 aprile. La donna che culla il suo dolore è Aleida appunto, la seconda moglie di Guevara, che con lui divise, oltre a quattro figli, i più intensi anni di un’esistenza che dalla rivoluzione cubana, passando per la parentesi africana, terminò tragicamente nei fatti di Bolivia, dove il Che perse in circostanze ancora assai poco chiare la vita. Il testo decide, per narrare la vicenda, di procedere sull’onda di un lungo flash back, evocato da una misteriosa figura, che, apparendo opportunatamente ad intervalli, svolge il ruolo di quello che era nelle tragedie greche il Coro (Ennio Coltorti): ora commentando gli eventi in atto, ora semplicemente dipanandone l’evolversi. Il nucleo drammaturgico si concentra sulle tappe serrate che portarono all’abolizione del regime di Batista a Cuba, al governo di Castro in cui il Che fu ministro e alle riforme che ne seguirono. Ma l’autrice spia le grandi falcate della storia latino-americana dal soggiorno della giovane Aleida, che, una volta smessa la mimetica e le bombe, segue con fede ed ardore lo svilupparsi e l’allinearsi dell’ideale comunista alla realtà della sua isola.  Dell’amato marito diventa solerte aiutante, redigendo il suo diario, assemblandone le idee e allevando i loro figli. Ma lo slancio rivoluzionario strappa Guevara dal focolare domestico e troppo spesso Aleida si dimena in un limbo di insopportabile solitudine, ignorando a quale sorte sarà votato il suo Ernesto. La forza del personaggio del Che, il cui volto ammiccante ci sorride dalle diapositive che smitragliando punteggiano gli accadimenti della sua breve storia, non basta a sollevare lo spettacolo dalla bidimensionalità del resoconto, che lascia lo spettatore perplesso, sebbene Adriana Ortolani (Aleida) si spenda con commovente generosità e Matteo Fasanello sostituisca coraggiosamente Jesus Emiliano Coltorti nella parte del protagonista. La penna stitica della Boggio non s’avventura nei dialoghi ma s’affida alla piatta prosa, negando, nel negare la battuta al personaggio, il Teatro a se stesso.

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