Cultura

WILDE FUORI DAL SALOTTO: LA COMPAGNIA ORSINI PORTA IN SCENA LA DUREZZA DELLA DETENZIONE COATTA CON “LA BALLATA DEL CARCERE DI READING” – PAOLA CONTE

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Dimenticate i frivoli merletti, le maliziose risatine soffocate dietro svolazzanti ventagli o brillanti schermaglie infarcite di saporiti aforismi. Oscar Wilde smette le pose del fine pensatore e dell’eclettico esteta ed impugna la penna con mano ancora tremante e logora e verga, mentre il secolo volge al suo termine, un componimento in cui sdegno  e pietà vibrano potentemente all’unisono. “La Ballata del carcere di Reading” (1898) fu scritta all’indomani della liberazione di Wilde, dopo due anni di durissima detenzione. La brillante e un po’ vanesia società vittoriana che egli aveva celebrato nelle sue spumeggianti commedie, semplicemente gli voltò le spalle: non perdonò a quell’arguto autore irlandese di avere simpatie sessuali “contrarie alla morale pubblica” e lo condannò impietosamente alla crudeltà dell’isolamento, della miseria, dell’abbrutita ristrettezza in cui finanche un angolo di azzurro (“in prigione lo chiamiamo cielo”) diventa benevola allucinazione. Da quest’opera in versi, Umberto Orsini ha prodotto una propria traduzione e, con la sua Compagnia, uno spettacolo al Teatro India fino al 26 aprile, in cui la parola è protagonista: ed egli, finissimo oratore dalla voce potente e calda, modula il suo setoso ruggito sulle melodie di Giovanna Marini. La cantautrice ci rivela che fu d’ispirazione il testo nella versione in lingua originale, data la nota musicalità dell’inglese (“chissà perché in italiano avanza sempre una sillaba!?”) e come lei ed Orsini, complice la regia di Elio Capitani, s’incamminarono artisticamente per questo cupo ma compassionevole sentiero che percorre i vuoti corridoi del carcere e ci restituisce un ritratto di Wilde teneramente straziante. La scena in cui pochi elementi lignei definiscono un vuoto di cella trafitto da folgorati sciabolate di luce, contempla gli interpreti fuori dagli usuali parametri drammaturgici: Orsini non sarà Wilde, bensì sé stesso che legge, a tratti non, le macabre vicende di cui Wilde fu più testimone che vittima e narra, solfeggiando quelle strofe con piglio di seducente Vate, le ultime meste ore del compagno di detenzione poco prima del giorno dell’esecuzione. A contrappunto i testi della Marini richiamano remote sonorità folcloristiche irish, a volte inerpicandosi troppo sul testo, a volte scivolando più soavemente dentro la melodia. Su tutto aleggia la sentenza dell’autore che cinge come un nodo scorsoio la gola di ogni spettatore, in cuor suo turbato che tale sentenza sia vera per ciascuno  (quel ciascuno che Kafka condannava solo per il suo esistere): “ogni uomo uccide la cosa che ama”. Con una lama, con uno sguardo, con un bacio. Fate voi.

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