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La mamma di Baltimora: un’icona del matriarcato contemporaneo – Paola Conte

E’ costume ormai da qualche anno che i palinsesti televisivi propongano come programmi di punta trasmissioni cosiddette “Talent Scout”: ovvero format studiati a tavolino, ad altissimo gradimento, che convocano masse oceaniche di persone con un unico comun denominatore vincente. Un talento, appunto, da esibire. Tutto, in queste trasmissioni, contribuisce a creare l’evento e una buona dose di reality induce immancabilmente gli autori a sondare con le telecamere ogni istante che possa indurre gli spettatori a partecipare, se pure a distanza, al varo del fenomeno, debitamente promosso e battezzato da un crescente piano pubblicitario. A grappoli sterminati si accalca la folla dei numerosi che, durante i provini, ma addirittura ancor prima nella multiforme ressa delle copiose file fuori dagli studi televisivi, ammassa questa proteiforme e speranzosa umanità, tutta tesa ad uscire dall’oceano scuro dell’anonimato. Non importa quale sia il talento promosso e promesso: ciò che conta è comparire, celebrare sia pure nell’arida manciata di pochi secondi, la propria eccezionalità e squadernarla con grinta ed entusiasmo. Giusto offrire a chiunque un’occasione e questa sembra essere la smania che muove migliaia e migliaia di aspirati partecipanti. Ecco allora avvicendarsi sul palco nelle serate in cui la televisione raccoglie adunate attorno agli schermi fenomeni di ogni genere e generazione. Il paradosso si tinge di nostalgia e la superficie piatta e fredda del plasma rievoca a volte i fasti circensi, i cabaret del secolo scorso, il bello della diretta che evoca flebilmente lo spasmo emotivo, della fisicità teatrale, sempre potenziale vittima della seduzione dell’imprevisto e dell’imprevedibile. Fin qui, trattasi di pane quotidiano che sboccolenciamo la sera, per svariate ore, con le briciole del quale ci gingilliamo la mattina appresso, chicchierandone amenamente con chicchessia. Siamo una platea frammentata e compatta ad un tempo,che si addensa come goccie di olio sul pelo dell’acqua, perfettamente informata di chi e di cosa si debba sapere e, all’occorrenza, parlare. Convocati, via telecomando o telefono,ad esser giudici dei nuovi scalpitanti talenti, eleggiamo in cuor nostro un preferito e ne sbandieriamo le indiscusse capacità. Essere faziosi significa coltivare una passione e questo riesce ancor meglio quando non ci si debba mettere la propria faccia. Mentre però una parte del pianeta si schiera a sostegno o meno di uno sconosciuto già sospinto, a suon di ciarle, sul vertiginoso trampolino del successo, altrove, sul medesimo pianeta, i riflettori sono puntati su ben altri scenari: gli Stati Uniti d’America sono nuovamente alle prese con l’annosa questione razzista, che invece di placarsi sembra purtroppo conoscere una stagione assai più fertile. Certo l’arroganza che trasuda da taluni ceffi in divisa, arroganza che troppo spesso si è tradotta in insensata violenza, non ha aiutato a chetare gli animi giustamente indignati degli afroamericani. Eppure, in tanta smisurata cieca e sordida ingiustizia, si è fatto strada il più comune e naturale buon senso di una donna che di sicuro non era in cerca di fama e gloria. Il web però, rimbalzandola da un capo all’altro del pianeta, ne ha già globalizzato l’immagine. In breve: durante i recenti disordini a Baltimora seguiti al funerale del giovane Freddy Gray, arrestato lo scorso aprile in circostanze ancora da chiarire e deceduto in seguito ad una lesione alla spina dorsale verificatasi all’interno del blindato della polizia, frange di manifestanti hanno assalito i cordoni delle forze dell’ordine. Nella mischia incappucciata, Toya Graham, non stenta a riconoscere suo figlio sedicenne e senza indugiare, si fa largo a falcate furibonde in quella bolgia inferocita, agguanta il giovinastro fomentato e, a furia di sberle, lo strappa all’orda barbarica dei manifestanti e se lo riporta a casa. Qualcuno filma tutto e tutto si rifrange su internet. Ora, qual è il talento di una donna single, madre di sei figli, che ne coglie uno nell’attimo in cui sta per sbagliare? Dalle grigie pieghe dell’anonimato, guizza fuori la più semplice e grandiosa delle persone e, inconsapevolmente, diventa evento, avendo banalmente esibito il più complesso dei talenti: quello di crescere possibilmente bene un altro essere umano, trovare il modo, sia pure con un sonoro ceffone,di indicargli la retta via. Il talento di essere una buona madre,talento scontato trascurato dimenticato accantonato a favore di un’immagine rampante competitiva e vicente. La maternità è un archetipo spiegazzato, a volte maltrattato (i bamboccioni del resto da dove vengono?) ma oggi,grazie al gesto saggio e premuroso di una mamma che ha fatto valere le sue ragioni forse esiste un pensiero in più su un talento per cui finalmente si è levato un applauso.

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