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SCHNITZLER SENZA MUSA: DE BEI E IL SUO GIROTONDO SENZA ANIMA – PAOLA CONTE

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La stagione del Teatro della Cometa si chiude con uno spettacolo, “Nessuno muore”, scritto e diretto da Luca De Bei in replica fino al 24 maggio. Il testo, pubblicato dalla casa editrice La Mongolfiera, narra le vicende di otto personaggi che si susseguono sul palco a coppie: i legami a due si intrecciano e si slacciano per poi attorcigliarsi nuovamente altrove, da un atto all’altro, fino a tessere la trama di un vissuto relazionale in cui lo spettatore comprende gradualmente i rapporti che si inanellano: un tenero amore che nasce, un matrimonio finito cruentemente, un menage omossessuale travagliato e tutta una serie di solitudini umane che annaspano e si aggrappano al lavoro, alla violenza, alla droga, finanche all’alienazione sociale a favore di quella extra-terrestre (ovvero: più facile, per quanto assurdo possa sembrare, credere in forme di vita nel cosmo piuttosto che relazionarsi con i propri simili). La penna di De Bei partorisce un universo, che se pur rappresentato da più volti(ed è raro imbattersi in Compagnie teatrali numerose) ostenta sempre la maschera univoca del cinismo: non è la mancanza di pietas che turba, né il sarcasmo che spesso genera momenti di una certa ironia. Piuttosto, questi personaggi, già sospinti dall’autore stesso ai margini di un’esistenza plumbea e a volte squallida, rimangono all’interno di un bozzolo grigio, in uno stato larvatico e spento, in attesa che un afflato vitale (o mortifero! Ma l’autore resta fedele al titolo apposto, che torna come un refrain a tranquillizzarci!) soffi a liberarli. E l’attesa che ciò avvenga non è poca cosa: il dramma si dispiega in quasi tre ore in un’ossatura che non può non evocare il “Girotondo” di Schnitzler. Ma mentre per l’autore viennese, sublime e raffinato cantore della crisi e frantumazione della civiltà austro-ungarica, la struttura circolare supportava dinamicamente l’illusione ed il disinganno dell’Io in una sensuale ridda di incontri amorosi; per De Bei il cerchio non si conchiude, rimane slabbrato: l’evoluzione dei caratteri non si compie. In particolare, l’ispirazione ha incrociato le braccia dinanzi ai personaggi femminili, che più facilmente tendono a smarrirsi nei contorni sommari e qualunquisti della caricatura. Ciò nonostante, fra gli interpreti si distinguono Federica Bern e Arianna Mattioli per la carica emotiva con cui restituiscono i rispettivi ruoli. La galleria dei personaggi non ne illumina il divenire, ma si contenta di offrirne le smorfie cristallizzate in un broncio post-adolescenziale. Il riscatto o la dannazione non si palesano e persistono come miraggi all’orizzonte in cui, ahinoi!, inopinatamente, quasi allo scoccare della terza ora, si profilano invece i bagliori inquietanti di un’astronave. A petto di stupri, bugie, percosse, abusi, censure e vendette, il male di vivere si stempera frugando con lo sguardo fra gli astri, come se l’alterità (che atterra in tuta metallizzata e rapisce il gongolante terrestre), per quanto remota e sconosciuta, rappresentasse comunque un’alternativa auspicabile.

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