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Quer pasticciaccio brutto del vincolo sul centro storico di Roma

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Tanti anni sono trascorsi da quando Antonio Cederna scriveva i suoi corsivi per la salvaguardia del centro storico di Roma, dell’Appia Antica, delle ville storiche, dei Fori Imperiali. Tanti anni sono passati ma i problemi relativi alla tutela di una delle aree centrali piu’ famose del mondo sono ancora oggi irrisolti. O meglio, in linea teorica vi sarebbero una serie di vincoli a garanzia dell’intangibilita’ di questo enorme patrimonio storico culturale collettivo. Nella pratica essi sono in parte “monchi” ed in parte poco chiari. Cosi Italia Nostra, associazione fondata proprio da Antonio Cederna, ha invitato la sottosegretaria ai Beni Culturali, Ilaria Borletti Buitoni, ad attivarsi affinche’ il centro storico di Roma abbia riconosciute in modo chiaro tutte le tutele che gli spettano. In realta’ l’ignaro lettore digiuno di normative urbanistiche non sa che nell’ordinamento italiano il “mostro” giuridico per eccellenza e’ costituito proprio da una norma di tale ambito. Dunque, prima di capire cosa fare, anche per il centro storico di Roma, uno dei beni storici di insieme piu’ noti del pianeta, bisogna scontrarsi con una normativa farragginosa, contraddittoria, da “azzeccagarbugli”. Bisogna anzitutto dipanare bene la matassa della vincolistica, come ha spiegato Rodolfo Bosi dell’associazione Verdi, Ambiente e Societa’. I vincoli esisterebbero, eccome. Esistono anzitutto 14 vincoli puntuali emessi con altrettanti decreti ministeriali specifici, imposti tra il 1953 ed il 1958, esistono 5 ulteriori vincoli paesaggistici di beni d’insieme impost tra il 1953 ed il 1963 ed esiste il riconoscimento di sito UNESCO privo pero’ del suo regolamento gestionale da piu’ di 30 anni: esiste ancor di piu’ il nuovo Piano Territoriale Paesistico Regionale (PTPR) adottato nel 2007 e fatto oggetto di circa 10.000 osservazioni. E il bandolo della matassa e’ proprio li’. Il PTPR, consultabile anche su internet e per il quale si stanno attendendo le controdeduzioni formulate congiuntamente da Ministero dei Beni Culturali e Regione Lazio, al suo interno in una delle tavole grafiche di ricognizione dei vincoli individua nella tavola B 24, un’area campita in rosso pieno che coincide con i confini dell’ex Municipio di Roma I: dentro il perimetro sono ricomprese anche le proprietà extraterritoriali della Santa Sede nella città. Pero’ non risulta che l’Allegato F1 B parte prima dello stesso PTPR, che è relativo agli “insediamenti urbani storici e nuclei di fondazione” e che contiene l’elenco dei centri storici di tutto il Lazio considerati come “beni tipizzati”, riporti il centro storico di Roma. Poi si va all’art. 29 comma 6 che stabilisce che le “Disposizioni del presente articolo si applicano “agli insediamenti urbani storici ricadenti fra i beni paesaggistici di cui all’art. 134 comma 1 lettera a) del Codice”, ovvero anche al centro storico della capitale ricompreso come bene paesaggistico all’interno del codice dei Beni Culturali. A voler spalancare definitivamente questo “vaso di Pandora” rimane il tassello finale, un parere rilasciato dalla Regione Lazio nel 2009 che, in merito a richieste di chiarimenti effettuati dall’associazione Verdi Ambiente e Societa’, riportava, “Premesso che per i beni paesaggistici di cui all’art. 134 comma 1 lettera c) quali “insediamenti urbani storici e territori contermini” si applicano le modalità di tutela di cui al capo IV art. 43 delle norme del PTPR e che nel medesimo articolo sono elencati gli interventi per i quali è richiesta l’autorizzazione paesaggistica, per il suddetto centro storico di Roma, se pure individuato nella tavola B 24 del PTPR quale “insediamento urbano storico e territori contermini compresi in una fascia della profondità di 150 metri” in base al comma 15 dell’art. 43 delle norme del PTPR, le disposizioni dello stesso art. non si applicano alle parti di territorio ricadenti negli insediamenti storici iscritti nella lista del Patrimonio dell’Unesco, quale è appunto il centro storico di Roma, per i quali è prevista la redazione del Piano generale di gestione per la tutela e la valorizzazione di cui alla Convenzione sulla protezione del patrimonio culturale e naturale mondiale. Pertanto, per tale ambito, nelle porzioni di territorio individuate nelle tavole B come insediamenti urbani storici ma non interessate da altri beni di cui all’art. 134 del codice non è necessaria l’autorizzazione paesaggistica”.
Secondo il Dott. Arch. Rodolfo Bosi l’assenza di una disciplina del vincolo del centro storico non può esimere comunque dall’obbligo di rilascio della “autorizzazione paesaggistica” che consiste in un verifica di conformità del progetto di trasformazione del territorio con le misure di disciplina e di tutela dettate dall’art. 43 delle Norme del PTPR, in assenza delle quali diventa del tutto discrezionale l’operato di chi è preposto al rilascio di quest’atto preventivo ed obbligatorio.
Certo, attaccarsi alla mancata formulazione del piano di gestione, in quanto sito UNESCO, e’ cosa ben interessante per chi voglia capire la genesi di tale strumento. Anche perche’ se la Regione Lazio disciplina la tutela di tutti i centri storici della regione, perche’ demanda ad altri la gestione del centro storico piu’ importante di tutto il territorio?
E la faccenda diventa ancora piu’ intricata. Il 23 maggio 1980, l’UNESCO aveva iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale (“World Heritage List”) il Centro Storico di Roma, le proprietà extraterritoriali della Santa Sede nella città e S. Paolo fuori le Mura, includendo nel 1990 lo stesso organismo aveva ricompreso anche le Mura di Urbano VIII – Gianicolensi. A distanza di ormai 35 anni il Piano di Gestione del centro storico di Roma deve essere ancora approvato. E I motivi sono facilmente intuibili. Mettere le mani sul patrimonio immobiliare del centro storico di Roma e’ un’operazione dai molti zeri. E perche’ allora dotarsi di regole certe, chiare, incontrovertibili?
Ne deriva in conclusione che il centro storico di Roma, pur essendo sicuramente vincolato, non è al momento tutelato, come dovrebbe essere, dalle disposizioni del piano di gestione (che avrebbero ad ogni modo valore di “indirizzo” non obbligatoriamente quindi da rispettare) o da uno strumento semplice e comprensibile a chiunque come ad adombrare lo spettro di una zona grigia per la quale mettere in chiaro le tutele si traduca in un’operazione di “ingerenza” indigesta a molti potentati. Rodolfo Bosi conclude cosi la sua controdeduzione alla lettera della Regione Lazio: «Dal momento che dovrebbe essere comunque obbligatorio proteggere un bene vincolato quale è il centro storico di Roma, fin tanto che non verrà assicurata la sua tutela dal Piano di Gestione dovrebbero essere applicate quanto meno come “misure di salvaguardia” le prescrizioni stesse del PTPR relative al “Paesaggio dei centri e nuclei storici con relativa fascia di rispetto”, disciplinato dall’art. 29. E si fa ad ogni modo presente, come a suggellare questa lunghissima querelle giuridica, che ai sensi del comma 3 dell’art. 6 della “Convenzione sulla Protezione del Patrimonio Mondiale, culturale e naturale dell’Umanità”, firmata a Parigi il 23.11.1972 e ratificata con la legge n. 184 del 6.4.1977, ‘Ciascuno Stato partecipe alla presente Convenzione si impegna ad astenersi deliberatamente da ogni provvedimento atto a danneggiare direttamente o indirettamente il patrimonio culturale e naturale di cui agli articoli 1 e 2 e situato sul territorio di altri Stati partecipi della presente Convenzione’. MIBACT e Regione Lazio stanno lavorando assieme per controdedurre alle osservazioni presentate al PTPR, per poi sottoporlo alla approvazione definitiva da parte del Consiglio Regionale del Lazio. È pertanto in questa sede che andrà assicurata la definitiva tutela del vincolo paesaggistico del Centro Storico di Roma che si identifica con il Patrimonio Unesco e che non è di certo da ripristinare, ma caso mai da disciplinare con norme adeguate, senza più alcun rimando.

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