Cultura

QUANDO I PROFUGHI ERAVAMO NOI: “L’ESPOSIZIONE UNIVERSALE” DI SQUARZINA – PAOLA CONTE

foto Serafino Amato - Esposizione Universale- regia Piero Maccarinelli.02

Andate a vedere questo spettacolo. In replica al Teatro India di Roma fino al 14 giugno, “L’Esposizione Universale” di Luigi Squarzina è una pregevolissima produzione con cui il Teatro Argentina conchiude questa spumeggiante stagione (la prima sotto l’egida di Antonio Calbi), restituendo alle scene un testo scritto nell’immediato Dopoguerra e mai allestito, se si eccettua una versione del 1955 tenutasi in Polonia! A Piero Maccarinelli il merito di aver riportato alla luce tanta meraviglia, sia proponendo il copione allo Stabile della Capitale, sia firmandone la regia che con maestria dirige una folta compagnia immersa per due ore e mezza nelle pieghe di una vicenda appassionata, profondamente umana e nostra. L’impianto scenico, una sorta di incastri lignei di squisita ispirazione escheriana che allestiscono l’interno di uno stanzone dormitorio, ci precipita all’indomani del secondo conflitto bellico. Il ventre della città squartato dai bombardamenti si percepisce lontano. Più vicino sembrerebbe il mare. Siamo in una “terra di mezzo”, dove la campagna ha dismesso lo stato di primitivo abbandono e già si intravvedono (grazie al prezioso contributo delle immagini messe a disposizione dall’Istituto Luce) possenti costruzioni: muti giganti di niveo cemento che avrebbero dovuto essere, nelle intenzioni autocelebrative del Duce, i fasti architettonici dell’Esposizione Universale del 1942, mai svoltasi a causa dello scoppio della Guerra. I silenti mastodonti sono rimasti incompiuti: la fucina del cantiere ha spento il suo borbogliamento. Il cupo degrado ha corroso il paesaggio, che marcisce nell’oblio dei più, impegnati sui fronti bellici, finché una masnada di sfollati in cerca di un alloggio si riversa nella squallida pancia dei caseggiati abbandonati dell’Eur42. Quando però l’incipiente ripresa economica che precedette il boom pone l’occhio sulle potenzialità di quest’area ancora vergine, il manipolo di disgraziati è costretto a scontrarsi con il cinico pragmatismo di scaltri faccendieri (quelli che cadono in piedi anche dopo una guerra!): raccolte le loro misere cianfrusaglie, una comunità di mille anime si sospinge riluttante verso il Campo Parioli, dove proliferano malattie e privazioni e gli sciagurati che già vi sono allocati non li vorrebbero e dunque ostentano il loro malcontento nel vedersi giungere una tale mandria affamata e smarrita.
Profughi lo siamo stati anche noi. E’ bene ricordarcelo.La Storia però nel testo di Squarzina cede il passo al fitto intrecciarsi delle umane vicende dei personaggi che la Guerra ha sospinto sino ai margini di se stessi, oltre se stessi a volte. Oltre quelle consuetudini sociali in cui vige il decoro e la dignità. Ma la bieca disperazione (di salvare una sorella, di sfamare i propri figli, di arrivare al giorno appresso) si corica inesorabile ogni sera nei giacigli dei tristi figuri, che al mattino tornano ad annaspare nello scheletro di un quartiere che la Storia ha consacrato, per un paradosso interno al suo stesso divenire, inno alla modernità e fatiscente rovina ad un tempo. Prodigiosa la mano del Maccarinelli la cui regia inanella con un ritmo rutilante il coinvolgente sovrapporsi di queste cronache postbelliche, crude e vere e tese, come i muscoli dello spettatore che, appuntando il mento verso il palcoscenico, s’appassiona e s’affeziona a tutti i personaggi. La penna di Squarzina, pura e feroce come fu la mano della Morante o lo sguardo di Rossellini nel tratteggiare il medesimo affresco, corre lesta e le battute scivolano, ma son alte ed oneste insieme. Una drammaturgia che accudisce i caratteri e delizia la platea. Fra le fila degli attori spiccano per statura Luigi Di Berti e Stefano Santospago: l’uno nostalgico professore idealista, l’altro meschino faccendiere in cerca di speculazioni redditizie. Ma, a onor del vero, gli Interpreti del Corso di Perfezionamento per Attori della Scuola del Teatro di Roma non sono stati da meno. In nome della loro incantevole freschezza e per l’indiscusso valore che questo testo di Squarzina rappresenta, vi esortiamo nuovamente: andate a vedere questo spettacolo.

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