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Umberto Orsini porta nella capitale ‘Il prezzo’ di Miller – Paola Conte

foto Il prezzo - credito Filippo MilaniUna maestosa scogliera di mobili svetta sulla parete sinistra del palcoscenico: sagome di mastodontici catafalchi asserragliati, uno sull’altro. Dei più, si può solo intuire la maestosa foggia, poiché gran parte del mobilio è stipata sotto un telo, severo sudario, oltre il quale si disvela solo una massiccia cassettiera. La scena (a firma di Maurizio Balò) nella sua solenne inerzia gioca un ruolo cruciale: infatti rappresenta il lascito di un padre ai suoi due figli, Victor e Walter. Un’ eredità, che a onor del vero, attende da ben sedici anni la propria sorte nell’appartamento rimasto ormai disabitato. Infine, però, l’imminente demolizione dell’intero edificio rende necessario disfarsi del pomposo ed anacronistico arredo e rende altresì inevitabile anche l’incontro tra i due fratelli. Arthur Miller prende le mosse da qui per alzare il sipario e dar vita ad uno dei suoi testi meno noti per il pubblico italiano. Benché “Il prezzo” abbia debuttato a Broadway nel 1968 con successo, è stata la curiosità di Umberto Orsini a rendere possibile la sua realizzazione: Orsini ha infatti prodotto lo spettacolo e raccolto intorno all’operazione nomi di lustro e grande spessore. La traduzione porta il nome di Masolino D’Amico e la regia è di Massimo Popolizio, anche interprete protagonista (il loro sodalizio artistico ebbe un momento di immenso splendore quando insieme interpretarono “Copenaghen” di Frayn) . Miller non fa sconti nemmeno stavolta e sospinge il suo sguardo impietosamente indagatore nelle pieghe di una famiglia della middle class, raccontandone le meschine ambizioni e spazzando via le false divinità domestiche che, a volte, ne devastano l’anima, ovvero i genitori. La vicenda si apre mentre Victor (Popolizio) attende un anziano broker che dovrà fissare il prezzo della mole di mobili (una quantità di roba dal sapore verghiano che nel suo essere vistosamente ingombrante alimenta il senso di vuoto che permea le relazioni familiari) e, nel contempo, il fratello, che in realtà aspetta senza troppa speranza. Fra di loro negli anni si è consumato un pesante silenzio, se non addirittura indifferenza. Il broker, Gregory Solomon (lo stesso Orsini), è uomo dalle mille vite lasciate alle spalle senza troppa nostalgia, che coltiva e dispensa una saggezza non scevra di un’ironia squisitamente yiddish. Victor ne subisce immediatamente il fascino, ma deve soccombere pure al rancoroso ascendente della moglie depressa, facile al bere ed in cerca di una rivalsa sociale (Alvia Reale). Quando il prezzo è finalmente concordato e l’affare veleggia verso una soluzione accomodante, ecco comparire Walter (Elia Schilton): gli equilibri già fragili si spezzano, Victor perde il senso di sé, dei propri ricordi, delle strade intraprese. Miller, con una penna affilata, lascia che emergano i tristi relitti a cui sembrano aggrapparsi i suoi personaggi per non affogare. Mezze verità, sacrifici non richiesti, silenzi a cui dar infine una voce. Il ventre della famiglia ha fagocitato le proprie creature e, le più scaltre ne sono fuggite per sopravvivere: restare o andar via, la scelta ha comunque un prezzo e la vita, sembra voler ricordare Miller, prima o dopo, presenta il conto. A pagare saranno comunque tutti, vinti e vincitori. La lucidità del testo, che pure conosce sovente momenti divertenti, convoca i quattro interpreti ad una notevole prova d’attore, superata senza dubbio dalla possente energia di Umberto Orsini, vitale e melanconico, ora Shylock ora Nathan il Saggio di lessingiana memoria. Orsini riesce cioè a spezzare le maglie di una regia che costringe a tempi sin troppo lunghi, a diluire esageratamente (ronconianamente?) la battuta, negando un ritmo più sincopato che avrebbe giovato certamente ad un tale spettacolo.

Info: Teatro Argentina – rappresentazioni fino al giorno 8 novembre p.v.

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